lunedì 10 novembre 2025

Una Folle Corporazione (Karajishi Kabushiki Kaisha) - 1983

Regia: Chusei Sone
Soggetto: Nobuhiko Kobayashi
Sceneggiatura: Chiho Katsura, Makoto Naito
Produttore: Nobuo Hayashi, Shinsuke Inoue, Masao Kimura
Casa di produzione: Toei
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Toei
Fotografia: Koichi Suzuki
Montaggio: Kiyoaki Saito
Musiche: Masato Kai
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Data di rilascio: 17 dicembre 1983
Chusei fu uno di quei registi non popolari per i suoi films d'azione, ma per il "Roman Porno" di una casa oramai ridotta a sopravvivere sull'erotismo. Nel nostro blog avevamo parlato di numerosi registi che avevano militato nello pseudo-genere in questione come Yojiro Takita e Yasuharu Hasebe, ma secondo alcuni critici, Sone fu il migliore del filone: soprattutto grazie all'eredità di Seijun Suzuki, con cui vi ha lavorato come assistente regista sin dalla sua entrata alla Nikkatsu nel 1962. Quando la N si convertì completamente al "genere", a Chusei gli fu offerta l'occasione di dirigere per la prima volta un film nel 1971. Per tutto il decennio ebbe una carriera altalenante di successi e fiaschi. Stanco di girare per la casa, ma costretto a farlo per avere l'entrate dei films, lavorò contemporaneamente con altre case indipendenti al di fuori del genere. Dal 1980, Chusei decise di prendersi una pausa dal filone per lavorare in altri generi, come lo yakuza eiga di cui ne parlerò a breve, fino al suo ritorno nel 1982. Lascia la Nikkatsu nel 1984, ma ci ritorna nel 1986 per girare uno degli ultimi films della casa. Dopo avere diretto un altro dei suoi successi nel 1988, "Flying", si ritira dal cinema e passa a miglior vita nel 2014 a causa di una polmonite.

Dark Aramaki (Yasushi Yokoyama) viene scarcerato e torna a lavorare per il suo boss Samu (Tetsuro Tamba), dove lo ritrova a gestire una rivista e diretto ad espandersi nell'industria dello spettacolo: ha intenzione di lanciare sua figlia Hitomi (Chiemi Kai) come cantante, ma Aramaki dovrà vedersela con il clan rivale Shimada ed arrivare vivo al talent show televisivo in cui Hitomi si dovrà esibire...

Pietra tombale sul mondo yakuza, oramai più focalizzato sulle luci dei riflettori, che nei loschi affari di un tempo. Tetsuro impersona più un amministratore delegato, che il classico boss spietato di una yakuza, ma mantiene intatta la piovra dei suoi "affari" in ambito multimediale: posa per la sua rivista, gira films, scrive i testi delle canzoni per sua figlia e trascorre il suo tempo libero come critico gastronomico per suo figlio, desideroso di divenire un cuoco. Aramaki è costretto ad adattarsi in questo periodo di transizione, divenendo il manager di Chiemi ed il suo personale assistente nei suoi esercizi vocali, dove nonostante i battibecchi con lei ci regala una poliedrica performance, tra risate e sfuriate varie. Per chi conosce a fondo l'industria cinematografica nipponica, Chusei parodizza l'allora nascente Kadokawa tramite la yakuza di Tetsuro, prima nel mondo dell'editoria e prossima a divenire un colosso mediatico, oltre a lanciare un'aspra frecciata nel mondo del cinema nipponico in generale, oramai divenuto un mezzo per lanciare future idols e per nascondere malaffari. In ambito fotografico possiamo notare numerosi piani sequenza longevi dai colori accesi e caldi, con scenografie davvero ricchissime di dettagli e riferimenti al tramonto della yakuza tradizionale. Colonna sonora ridotta all'essenziale e trama folta di colpi di scena, sia esilaranti che movimentati.


Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

martedì 4 novembre 2025

I Bastardi Aziendali (Boryoku Kinmyaku) - 1975

Regia: Sadao Nakajima
Sceneggiatura: Kazuo Kasahara, Tatsuo Nogami
Casa di produzione: Toei
Paese di produzione: Giappone
Fotografia: Toshio Masuda
Montaggio: Kozo Horiike
Musiche: Toshiaki Tsushima
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Data di rilascio: 9 agosto 1975
Appartenente al sottofilone dei films finanziari sulla yakuza, è una lente d'ingrandimento sul mondo dei "sokaiya" (lett. "ricattatori aziendali" o "uomini d'incontro"), specializzati nell'estorcere denaro e ricattare aziende tramite minacce di umiliazioni pubbliche sui loro dirigenti, solitamente durante la loro riunione annuale (ossia nelle "sokai"): a differenza di quelle occidentali, la riunione è equiparabile ad una cerimonia. Alcune aziende come la Mitsubishi e la Daiwa hanno pagato tangenti per i "sokaiya", in modo tale da impedire a loro di mettere in imbarazzo l'azienda, intimidendo altre ed interrompendo assemblee. Nati al termine dell'Ottocento, erano considerabili come dei protettori nei confronti delle voci e degli scandali sul management di un'azienda. Stando ad un recente rapporto dell'Agenzia Nazionale di Polizia nipponica, nel 2023 erano ancora attivi solo 150 sokaiya, di cui 30 lavoravano in gruppo e 120 da soli. 

L'aspirante ricattatore Hiroshi (Hiroki Matsukata) si dirige all'alba negli uffici della Ohira Heavy Industries per ritirare il suo biglietto, per ricevere la sua indennità: Hiroshi fa' così conoscenza del veterano Mantaro (Eitaro Ozawa), da 30 anni in tale campo e grazie a questa conoscenza stringe amicizia con un giovane membro della Teraoka-gumi, dove assieme collaborano per affrontare il più potente ricattatore del Kansai, nonché proprietario della Naniwa Mutual Bank. Una volta riuscito lo scandalo, Mantaro passa a miglior vita dalle percosse ed Hiroshi riesce ad estorcere 30 milioni di yen dalla banca, usando come pretesto la presenza di prestiti illegali dal suo presidente, trasferendosi così a Tokyo. Nagao (Hideji Otaki), vicepresidente della società commerciale Tosho Bussan, nota la determinazione di Hiroshi e gli chiede di attaccare la Toa Seisakusho, società in cui ha fallito ripetutamente nell'acquisizione. Nel mentre, scopre che la sua ragazza Aya (Reiko Ike) è la figlia biologica del presidente della Toa...

Magistrale rappresentazione, priva di alcun rimorso, di un ricattatore che vive su un pavimento d'argilla: ogni gesto, ogni parola è tagliente ed ai limiti della diffamazione pubblica, pur di poter sopravvivere. Fukasaku mise assieme il prototipo del sottofilone nel 1968, ma in questo caso il contesto è ben esplicato dalla spudoratezza esplicita del personaggio impersonato da Matsukata, disposto a qualsiasi fantasiosa scusa per assicurarsi cifre enormi ed anche a numerosi pestaggi da yakuza assoldate dalle grandi aziende per mettere a tacere i ricattatori come lui. Ottimi gli intermezzi comici che accompagnano l'andazzo documentaristico/criminalistico della pellicola, capace di dare ampio spazio ai personaggi principali e soprattutto i pilastri fondanti del film come Matsukata, Tamba e Reiko. Nemmeno la colonna sonora delude dall'amarezza della trama, che riesce a dargli un tocco agrodolce e di assurdismo al prodotto, come la fotografia cruda e satura di colori dal guardaroba del cast.

Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

lunedì 3 novembre 2025

Sandakan No.8 - 1974

Regia: Kei Kumai
Soggetto: Tomoko Yamazaki
Sceneggiatura: Sakae Hirosawa, Kei Kumai
Produttore: Masayuki Sato, Hideyuki Shiino
Casa di produzione: Toho, O&R Productions, Haiyuza Eiga Hoso Company
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Toho
Fotografia: Mitsuji Kanau
Montaggio: Tatsuji Nakashizu
Musiche: Akira Ifukube
Scenografia: Takeo Kimura
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Data di rilascio: 2 novembre 1974
Finalmente ho l'onore di tornare a parlare di Kumai, autore di quell'oscurità che ha ritrovato il suo riscatto in luce due anni prima. In questa pietra miliare della sua filmografia ci porta nella città di Sandakan in Malesia, un tempo meta dei traffici di sesso per le "karayuki-san", costrette a prostituirsi nelle nazioni del Pacifico e nelle ex-colonie nipponiche: vantano un loro cimitero, costruito nel 1890 dall'allora sig.ra Kuni Kinoshita, a capo del bordello "Sandakan No.8". Al suo rilascio ebbe un notevole successo di pubblico e di critica, tanto che in Cina fu uno dei più grandi successi in assoluto all'estero di una pellicola nipponica, al suo arrivo nel 1978 assieme a "Manhunt" (1976): solo a Pechino incassò un totale di 3,5 milioni di yuan (427.000 euro) e mancò per poco la vincita dell'Oscar al Miglior Film Straniero.

La giovane giornalista Keiko Mitani (Komaki Kurihara) sta scrivendo un articolo sulla storia delle donne nipponiche costrette a prostituirsi nei bordelli nel Pacifico, agli inizi del Novecento. Per puro caso fa' la conoscenza di Osaki (Kinuyo Tanaka), un'anziana signora che vive in un villaggio remoto assieme ai suoi gatti. Lei accetta di raccontare la sua storia ed il film ci trasporta negli anni '20, dove la giovane Osaki (qui interpretata da Yoko Takahashi) viene venduta dalla propria famiglia come cameriera a Sandakan, nell'allora Borneo del Nord britannico, in ciò che credeva fosse un hotel. In realtà, l'hotel si rivela essere un bordello molto redditizio, ossia il "Sandakan No.8". Dopo avere lavorato per ben due anni come cameriera, viene costretta dal proprietario del bordello ad essere una prostituta...

Profonda riflessione su un frammento, purtroppo dimenticato, del passato imperialista nipponico. La tratta delle schiave del sesso è come una piovra, capace di infestare qualunque luogo di depravazione e di lussurie dalle categorie più disgustose di uomini in circolazione: gli spietati. E purtroppo, in un bordello, si giustifica qualunque atto ripugnante pur di lucrare sulla pelle di chi è stato privato dei suoi diritti basilari... documentato da una cinepresa più furiosa del solito nel portare alla luce una pagina buia della storia del Paese, abilmente raccontata dalle memorie dolorose di Tanaka, in un cammino dove non ha mai potuto provare reali sentimenti per qualcuno ed abitante di una casa caduta in rovina come la sua storia oscura: da giovane, Yoko porta a compimento il resto del lavoro in una performance ai limiti della finezza e della vulnerabilità per la realtà che ogni giorno prova una donna costretta a concedersi nei confronti di tali soggetti. Kurihara, come il film, fa' il suo dovere giornalistico e fotografa il tutto con una rara sensibilità sui misfatti avvenuti, grazie anche ad una scenografia elegante e non banale del flashback della co-protagonista. Fantastici gli accenni al cinéma vérité dalle micro-interviste fatte ad alcuni residenti locali di Sandakan, con dei colori caldi tipici degli anni '70. Montaggio anonimo, ma ci distrae dal tutto la colonna sonora straziante di Ifukube che grazie alla potenza visiva di alcune scene incamera la furia di quell'epoca ormai sparita...


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martedì 28 ottobre 2025

Buon Matrimonio (Oishii Kekkon) - 1991

Regia: Yoshimitsu Morita
Sceneggiatura: Yoshimitsu Morita
Produttore: Sadatoshi Fujimine
Casa di produzione: Toho, Sundance Company
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Toho
Fotografia: Yonezo Maeda
Montaggio: Akimasa Kawashima
Musiche: Soichi Noriki
Costumi: Hoichi Hatano
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Data di rilascio:
 18 maggio 1991
Morita riprende parzialmente in mano ciò che aveva girato nel 1984 al fianco della Kadokawa, ma senza alcun effetto sonoro di prestigio o speciale. Si serve ancora una volta di una idol come Yuki Saito per garantire il decollo della pellicola, dato che il suo manager di allora disse di voler collaborare con la veterana Yoshiko Mita. Inizialmente fu offerto a Masahiro Motoki il ruolo di co-protagonista al fianco di Saito, ma alla fine rinunciò per dei conflitti di programmazione. Così, un produttore associato della Sundance offrì la partecipazione di Toshiaki Karasawa, che quest'ultimo aveva visto la performance di Saito al Teatro Hakuhinkan.

Quando il marito di Mieko (Yoshiko Mita) passa a miglior vita, lei spera di poter vedere sua figlia Yatou (Yuki Saito) sposata con un giovane ricco e di successo. Yatou, contraria alle ambizioni della madre, recluta come attore il suo collega di lavoro Tamotsu (Toshiaki Karasawa), per fingere che entrambi stiano uscendo insieme... ed incredibilmente Yatou prova qualcosa per Tamotsu. Mieko proverà a mettersi d'accordo con il padre di Kawamata (Kunie Tanaka), ma sarà difficile convincerlo...


Anatomia zuccherata di un Giappone all'inizio della sua bolla scoppiata l'anno precedente, dove Morita sposta la sua lente nella solitudine delle donne vedove di mezza età, in cui si vedono portare via l'uomo che avevano amato per una gran parte della loro esistenza e soffrono interiormente per tale vuoto incolmabile; e successivamente sulla rottura degli schemi della tradizionale famiglia nipponica, in cui sono i figli a rifiutare il matrimonio arrangiato dalle proprie madri ed intendono sposarsi con un partner capace di soddisfarli amorevolmente. La spontaneità del tutto mi ha ricordato molto il cameriere di Sautet, dove gli attori fanno un notevole lavoro nell'ironizzare sulla situazione sociale del Sol Levante di allora, gravitando nel genere della commedia romantica, riuscendo a dosarla senza scadere nell'imbarazzante. Minimalismo a livello musicale (musica inserita in contesti essenziali), immagini che parlano più dei dialoghi (soprattutto il contesto urbano in cui, in mezzo tra grattacieli scintillanti e grigi, può nascere qualcosa di puro) con dei colori piuttosto accesi, oltre ad un montaggio che fa' il suo lavoro.


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lunedì 27 ottobre 2025

Cucina (Kicchin) - 1989

Regia: Yoshimitsu Morita
Soggetto: Banana Yoshimoto
Sceneggiatura: Yoshimitsu Morita
Produttore: Hikaru Suzuki
Casa di produzione: Kouwa International
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Shochiku
Distribuzione (in Italia): BIM Distribuzione
Fotografia: Seizo Sengen
Musiche: Souichi Noriki
Costumi: Michiko Kitamura
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Data di rilascio: 29 ottobre 1989
Tratto da un romanzo di enorme successo che ha anche ispirato l'omonimo film del 1997 di Yim Ho, l'autrice Yoshimoto è figlia dell'arcinoto letterato Takaaki Yoshimoto e sorella di Haruno Yoiko, disegnatrice di anime. Si laurea al college delle arti dell'Università Nihon ed inizia a lavorare come scrittrice nel 1987, nel mentre lavorava come cameriera in un golf club. Sin da subito si fece notare al pubblico nipponico per lo stile innovativo e giovanile dei suoi romanzi, paragonabili agli "shojo manga": vanta all'attivo un totale di 15 romanzi e sette scritti, che assieme hanno venduto un totale di 6 milioni di copie in tutto il mondo. Un tema ricorrente nei suoi romanzi è la presenza di persone appartenenti alla comunità LGBT, che essa sostiene apertamente; oltre al suo amore per l'Italia, dove nel 1991 viene tradotto il suo primo romanzo e portato nelle sale l'omonimo film nel 1994.

A seguito della morte della nonna di Mikage (Ayako Kawahara), essa si trasferisce a casa di Yuichi (Keiji Matsuda), un suo amico della nonna defunta. A casa di Yuichi conosce sua madre Eriko (Isao Hashizume), in realtà suo padre, che ama vestirsi da donna. Sin da subito l'atmosfera diviene calorosa con la maestria di Mikage nel cucinare nella sua omonima zona preferita della casa, ma ben presto dovrà fare i conti con l'amante di Yuichi (Mie Hama)...

Alcuni critici si lamentano della lentezza del film e di come non accada quasi nulla all'interno di esso, dimenticandosi di notare alcuni dettagli che solo un vero esperto di cinema nipponico ritiene di valore: la trasferta della protagonista in una casa totalmente occidentalizzata a bordo della Citroen CX Break di Keiji, atta a simboleggiare la transizione di Ayako all'età adulta, dove in essa vi sono contenuti oggetti che la aiutano nella maturazione. Vedasi il fax che la protagonista impara ad utilizzare ed il contesto interamente post-modernista in quasi ogni ambito, dove Ayako usa addirittura un Brondi Enorme di Sottsass per rispondere ad una telefonata. Yoshimitsu, ancora una volta, dimostra il forte impatto visivo architettonico e stilistico di una fotografia molto pulita e minimalistica: le immagini parlano da sole, rispetto ai dialoghi (anch'essi di notevole importanza). La performance di Isao rasenta il sublime, in quanto rompe con eleganza i canoni tipici della famiglia nipponica in assoluta poliedricità, raccogliendo l'eredità del "gioco familiare" proveniente dal medesimo regista con un guardaroba che inneggia alla pop art nella sua interezza; Ayako fenomenale nel dominare il contesto di una zona casalinga a lei affezionata, praticamente nel suo habitat naturale. Il cibo, marchio di fabbrica di Yoshimitsu, diviene parte della famiglia da ricostruire di Ayako: un'arte che assume rilevanza quando viene cucinato per essere degustato in ogni sua forma. Il tutto viene plasmato dalla musica rilassante di Noriki, che fa' sembrare il tutto come un sogno in cui ci possiamo rispecchiare...


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mercoledì 22 ottobre 2025

Tema Principale (Mein Tema) - 1984

Regia: Yoshimitsu Morita
Soggetto: Yoshio Kataoka
Sceneggiatura: Yoshimitsu Morita
Produttore: Yoshihisa Nakagawa
Produttore Esecutivo: Haruki Kadokawa
Casa di produzione: Kadokawa
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Toei
Fotografia: Yonezo Maeda
Montaggio: Akimasa Kawashima
Musiche: Osamu Shiomura
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Data di rilascio: 14 luglio 1984
Quando le briglie si sciolgono, nemmeno la produzione è capace di fermare il genio di Morita. Inizialmente non si pensava neanche di adattare il romanzo di Kataoka in un film, ma quando quest'ultimo vide il cortometraggio di "Live in Chigasaki" (1978), spinse anche il produttore Kadokawa alla visione e non fu in grado di prendere una decisione nel farlo girare nell'omonima casa in base alla pellicola in 8mm, ergo fu respinto. Ma dopo il grande successo di "The Family Game" (1983), la Kadokawa gli chiese ufficialmente di entrare nelle sue fila: scelsero il co-protagonista Hironobu Nomura tramite un'audizione di 23.000 partecipanti, voluta da sua sorella minore, dove lui vinse cinque milioni di yen e lei un milione. Yakushimaru, appena 20enne, frequentava una scuola guida per poter padroneggiare il veicolo di Nomura. Siccome il girato originale durava circa due ore e mezza, Morita decise di tagliare una gran parte e ridurlo sino all'attuale versione di un'ora e quaranta minuti: fu il secondo film con più incassi del 1984.

La maestra d'asilo Shibuki Ogasawara (Hiroko Yakushimaru) perde il lavoro a causa di un incidente improvviso nell'omonimo luogo. Incontra per caso l'apprendista mago Ken Daitojima (Hironobu Nomura) su una spiaggia e decide di partire con lui per Osaka. Nel mentre, un bambino di cui si prendeva cura all'asilo si trasferisce per via del lavoro dei suoi genitori e la stessa Shibuki si innamora del padre Wataru (Kazuo Zaitsu); non si farà mancare anche la cantante di jazz Kayoko (Kaori Momoi) che perderà la testa per Ken...

Memorabile guazzabuglio che rappresenta le titaniche produzioni della Kadokawa per lanciare future stelle come Nomura e la Yakushimaru, già nota alla casa per il suo esordio nel thriller politico di "Never Give Up" (1978) con Takakura. Elegia all'amore, che non lascia mai la presa in tutta la pellicola e si mantiene tramite numerose gags per nulla imbarazzanti da chi odia il filone delle "romcoms", esaltato in locations esotiche come Okinawa e nelle spiagge durante il rocambolesco viaggio di Hironobu con litigi inevitabili. Hiroko ed Hironobu dominano i riflettori del film con la loro spensieratezza magnetica, con lei paragonabile ad un fiore prossimo a sbocciare e lui un maestro dell'astuzia illusionistica. Fotografia che per descriverla servirebbe una recensione a parte, date le sequenze stilosissime e godardiane; montaggio che decolla anch'esso, come la colonna sonora zuccherata. Morita ai livelli di Obayashi, negli effetti speciali e nei trucchi astuti a livello fotografico.


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martedì 21 ottobre 2025

Divenendo di Colore Blu (Kanashi Iro Yanen) - 1988

Regia: Yoshimitsu Morita
Soggetto: Nobuhiko Kobayashi
Sceneggiatura: Yoshimitsu Morita
Produttore: Mitsuru Kurosawa, Katsuhiko Aoki
Casa di produzione: Sundance Company, Toei
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Toei
Fotografia: Yonezo Maeda
Montaggio: Isao Tomita
Musiche: Shigeru Umebayashi
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Data di rilascio: 10 dicembre 1988
E siamo giunti al termine di un decennio davvero pesante per il filone degli yakuza eiga. In una mia precedente recensione avevo esplicato il perché fossero in agonia, a causa della diffusione capillare delle videocassette nelle case nipponiche che sottraevano il pubblico dalle sale. In risposta, registi come Morita si destreggiavano tra generi diversi per venire incontro al pubblico. Ritroviamo come protagonista Toru Nakamura, fresco dall'esperienza del telefilm senza tempo di "Abunai Deka" ed al culmine della sua notorietà, dove allo stesso tempo si fece un nome nel V-Cinema targato Toei come sicario. 

Il banchiere d'élite Toru Yubari (Toru Nakamura), figlio unico della Yubari-gumi, si ritrova trascinato in una faida con la Miike-gumi: suo padre viene coinvolto in un pestaggio nel mentre era in pellegrinaggio, nella speranza di sciogliere l'organizzazione. Toru decide così di prendere il timone e di sciogliere la famiglia, creando un piccolo impero sul gioco d'azzardo e con l'ambizione di tramutare Osaka nella Las Vegas nipponica... ma la Miike-gumi non dimentica e intende ampliare la propria influenza nella città, scatenando numerosi casus belli che trascineranno Yubari nel conflitto.

Trasposizione documentaristica della Osaka negli anni '80 tra grattacieli scintillanti ed una bolla prossima a scoppiare... ma di blu. La pellicola sfoggia la sua dose di momenti comici e dalle stranezze geniali come la bevanda esclusiva dell'ospedale della famiglia rivale, servita all'interno di un flacone di profumo; il navigare nel canale Dotonbori usato spesso come transizione sia di notte che di giorno, con il neon notturno sull'acqua per simboleggiare l'apparente placido benessere di Toru... come nell'esordio di Kar-Wai, è la fotografia a parlare più dell'azione. Colori bluastri e desaturi che richiamano molto il cinéma du look bessoniano, che nel primo tempo il regista spiega immediatamente di che tema si occuperà il film ed alluderà allo scontro finale con un'inquadratura sulle auto impilate e rottamate durante il pellegrinaggio del boss yakuza; negli stalli alla messicana richiama il titolo, dove il blu sarà il rosso che fuoriuscirà dai proiettili. Montaggio rilassato, ma scattante nelle scene clou. Colonna sonora che aiuterà anche lei in questa traversata dove i personaggi decollano in termini di originalità.


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lunedì 20 ottobre 2025

Morti a Tokimeki (Tokimeki ni Shisu) - 1984

Regia: Yoshimitsu Morita
Soggetto: Kenji Maruyama
Sceneggiatura: Yoshimitsu Morita
Produttore: Seigo Hosogoe, Yutaka Okada, Shin Omori
Produttore Esecutivo: Shigeru Maruyama
Casa di produzione: New Century Producers
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Nippon Herald Films
Fotografia: Yonezo Maeda
Montaggio: Akimasa Kawashima
Musiche: Osamu Shiomura
Costumi: Fumio Iwasaki
Trucco: Akemi Sakakibara
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Data di rilascio: 18 febbraio 1984
Tratto dall'omonimo romanzo di Kenji Maruyama, uscito due anni prima, la pellicola rappresentava il grande ritorno del cantante Kenji Sawada in ambito cinematografico a seguito dell'enorme successo del thriller poliziesco di "The Man Who Stole The Sun" (1979). Siccome all'epoca ed anche tutt'oggi abbinare idols e registi giovani funziona piuttosto bene, Morita stesso volle alzare la posta in gioco con l'obiettivo di colpire il capo di una organizzazione religiosa, sollevando timori da potenziali attacchi da sette come la Soka Gakkai e causando il ritiro della Toho dalla distribuzione della pellicola...

Il medico Yosuke Okura (Naoki Sugiura) viene incaricato da una misteriosa organizzazione di prendersi cura della villa di un uomo per una cifra esorbitante. Attende un giovane di nome Naoya Kudo (Kenji Sawada) in una stazione ferroviaria nella zona rurale dell'Hokkaido, di poche parole e dall'identità sconosciuta: giunti alla villa, Yosuke si prende cura di Kudo stando alle istruzioni dell'organizzazione e Kudo stesso raramente scambia una parola con lui. Nel mentre, l'organizzazione decide di portare alla villa una donna di nome Hiromi Kozue (Kanako Higuchi), dove essa manifesta interesse per Kudo... ma l'obiettivo da colpire è sempre più vicino.

Ricalcando lo stile minimalistico intravisto nel "gioco" dell'anno precedente, i contenuti ci vengono presentati con un'aura di mistero che non fornisce risposte, ma enigmi che infittiscono ulteriormente il tutto. E come in un labirinto, vi sono molteplici sentieri capaci di portare a dei punti morti e altri all'uscita, ma in questo caso siamo confinati all'interno di un labirinto privo di uscite: si possono solo teorizzare. Kenji rappresenta a pieno il Teseo al contrario in questa epopea dove i litri di sangue saranno inevitabili. Uomo misterioso, dal passato impossibile da dissotterrare e dalla freddezza cinica nell'eseguire il compito di sicario, dove le emozioni non hanno mai fatto parte della sua esistenza. Nonostante Kanako provi ad allontanare Kenji dal suo obiettivo e ci riesca seppur in maniera del tutto parziale, infrange il cliché della femme fatale tipico del sottogenere degli hitman movies, più interessata a salvarlo che mandarlo nelle fauci della missione. Fotografia molto pulita e interamente focalizzata sui panorami selvaggi e plumbei dell'isola di Hokkaido, con numerose inquadrature ferme ed una a 360 gradi sull'auto di Naoki, primi piani e sequenze al computer che esaltano la complessità tecnologica dell'intera operazione, oltre ad esaltare l'estetica culinaria di Naoki; montaggio che si scatena nelle scene ad alta tensione e colonna sonora oscura come il film stesso...


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martedì 14 ottobre 2025

Qualcosa del Genere (No Yona Mono) - 1981

Regia: Yoshimitsu Morita
Sceneggiatura: Yoshimitsu Morita
Produttore: Hikaru Suzuki
Casa di produzione: N.E.W.S. Corporation
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Nippon Herald Films
Fotografia: Makoto Watanabe
Montaggio: Akimasa Kawashima
Musiche: Osamu Shiomura
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Data di rilascio: 12 settembre 1981
Grande ammiratore dei "rakugo", ossia dei monologhi comici teatrali, durante la scuola frequentò la "Toho Performing Art School" ed apparve come attore bambino in numerosi programmi televisivi. Vide il kolossal de "Il Dottor Zhivago" (1965) e decise di divenire regista, girando i suoi primi cortometraggi agli inizi degli anni '70, in maniera del tutto autodidatta: in totale 18, di cui il suo "Live in Chigasaki" (1978) selezionato alla seconda edizione dell'appena nato PIA Film Festival. Il lungometraggio con cui ha esordito nel 1981 lo ha realizzato grazie ad un prestito dell'ipoteca sulla casa di famiglia e vinse il premio di "miglior film" e "miglior regista esordiente" al Yokohama Film Festival. Due anni dopo passerà alla storia del cinema nipponico con il suo migliore esito in assoluto, consacrato dal Kinema Junpo come "film dell'anno" ed eletto dalla stessa rivista nel 2018 come il "miglior film giapponese degli anni '80". All'attivo un totale di 31 films da regista e 27 da sceneggiatore, è passato a miglior vita il 20 dicembre del 2011 all'età di 61 anni, a causa di un'insufficienza epatica acuta: l'ultimo film a cui ha lavorato, in ambito ferroviario, è stato rilasciato un anno dopo la sua morte, "Train Brain Express".

La vita sembra andare bene per Shintoto (Katsunobu Ito), un promettente artista di rakugo che decide di visitare un bordello nel giorno del suo 23° compleanno: incontra la prostituta Elizabeth (Kumiko Akiyoshi) ed esce con lei. Allo stesso tempo si innamora di una giovane appassionata del genere, Yumi (Erika Asou), che fa' parte di un club liceale di appassionati di rakugo e gli chiede di insegnarglielo. Intanto, un'artista più anziano di nome Shinkome (Isao Bito) raggiunge lo status di professionista...

Divertente parabola sull'andazzo della vita, con lo sfondo della società nipponica al picco della famigerata bolla economica. Il protagonista cerca di divenire il calzolaio della situazione tra Kumiko ed Erika, tentando di dimenarsi nell'effimeratezza dei sentimenti amorosi in un contesto quotato al consumo, capace di tramutare i personaggi della pellicola in degli elettrodomestici più vuoti del vuoto. E come in una esibizione di rakugo, lo spettacolo deve andare avanti, esattamente come in televisione. Katsunobu icona perfetta di un elettrodomestico umanoide, sfruttato in una società consumistica e poi divenuto obsoleto, adagiato su una sceneggiatura che spalanca del tutto le sue porte alla caratterizzazione dei personaggi. Fotografia ricca di significati e di piani sequenza longevi, capace di incamerare il grigiume dei condomini nipponici, che come degli elettrodomestici sono usurati e sfruttati all'inverosimile; non mancano primi piani ravvicinati ed un timelapse, incorniciati dai panorami della città. Montaggio davvero ben curato, ad effetto nelle scene chiave. Musiche minimalistiche e ben congegnate nelle scene chiave, soprattutto i sounds nelle frasi in cui personaggi annunciano di partire o di lavorare in un determinato ambito.


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lunedì 13 ottobre 2025

[Spiofallimento #1] Tom Dollar - 1967

Regia: Marcello Ciorciolini (aka Frank Red)
Soggetto e Sceneggiatura: John Connery, Pierre De Vries, fotoromanzo di Al Petrie
Produttore: Antonio Lucatelli, Francesco Giorgi
Casa di produzione: Tigielle 33, Films Jacques Leitienne, Imp.Ex.Ci.
Paese di produzione: Iran, Italia
Distribuzione: Euro International Films
Fotografia: Rino Filippini
Montaggio: Luciano Anconetani
Musiche: Giosafat Capuano, Mario Capuano
Scenografia e Costumi: Giulia Mafai
Trucco: Sergio Angeloni
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Data di rilascio: 27 giugno 1967
Trattasi di uno dei primi fotoromanzi a tema spionistico, rilasciato dalla rivista "Bolero Film" nel 1965 ed interpretato dallo stesso Maurice Poli, che qui farà ancora da protagonista in tale disavventura piacevole sul grande schermo: fortunatamente ospitata in gran parte nella sontuosa Villa Miani a Roma. Per quanto riguarda Ciorciolini, fu apprezzatissimo dal duo di Franco e Ciccio, con cui vi ha collaborato sia in televisione che al cinema: esordisce come autore radiofonico agli inizi degli anni '50, collaborando spesso con Alberto Talegalli. Immediatamente dopo si fionda nel cinema, iniziando a lavorare come sceneggiatore nel dramma di "La Folla" (1951) ed esordendo come regista nella tragicommedia di "Con Rispetto Parlando" (1965). All'attivo un totale di 10 films da dietro la cinepresa e 35 come sceneggiatore, vanta anche un notevole repertorio in testi discografici, soprattutto in un testo scritto a tre mani per Mina: si segnala che nel 1990 ideò la trasmissione RAI de "I Fatti Vostri", assieme a Michele Guardì, in cui ideò il gioco della "busta giusta".

A seguito dell'assassinio del principe iraniano Barancan, l'agente Tom viene inviato in Iran ad investigare. Si viene a scoprire che la sua morte è collegata ad un accordo che doveva firmare con gli USA, dove una miniera di uranio passava sotto al loro diritto di estrazione. Intanto, la CIA vuole evitare che la stessa morte possa capitare alla sua erede, la principessa Samia (Georgia Moll), riuscendo così a trovare una replicante...


Insipida disavventura al retrogusto di piombo, colmata dal guardaroba evergreen dei protagonisti e dallo sfondo iraniano dell'intera vicenda, ma purtroppo non abbastanza dal salvare la pellicola dalla mediocrità del genere. Maurice riesce a portare a termine il suo lavoro tra qualche battuta per sdrammatizzare assieme al suo compagno nipponico, a cui purtroppo non gli è stato dato abbastanza spazio al personaggio per sapere chi fosse, rispetto ad altri colleghi di Maurice all'ambasciata statunitense. La fotografia effettua un ottimo lavoro nel farci incuriosire sull'Iran antecedente al 1979, intriso di locations fiabesche e di costumi locali, con una lente saturatissima di colori sia sul guardaroba che sui dettagli architettonici dei prestigiosi palazzi (alcuni girati senza alcuna ricostruzione in studio). Montaggio che stenta a decollare, colonna sonora all'americana e principalmente orientata sulle note di quella locale, dove riesce nell'essere rievocativa di quei tempi... roventi. 


Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

martedì 7 ottobre 2025

L'Ascesa dell'Animazione Cinese: I Film di Ne Zha (2019) e Ne Zha II: l'Ascesa del Guerriero di Fuoco (2025)

A cura di Jiāng Zǐyá
Il primo film, diretto da Jiaozi, reinventa in modo audace la storia di Ne Zha, una delle figure più popolari e ribelli della mitologia cinese. Le sue origini affondano nel romanzo del XVI secolo "Fengshen Yanyi". Ma anche in testi più antichi e persino in figure della mitologia indiana (come Nalakubara), dimostrando una profonda stratificazione culturale. Tradizionalmente un guerriero divino, il film del 2019 lo trasforma in un bambino dotato di poteri demoniaci a causa di un incidente cosmico, destinato a portare distruzione.

Il cuore di Ne Zha batte sulla forza di volontà contro un destino preordinato. Il giovane eroe, emarginato e temuto, deve scegliere tra il bene il male, affiancato da un tono narrativo che mescola sapientemente emozione, umorismo e azione. Nonostante alcune critiche iniziali sui modelli dei personaggi in 3D, il film si rivela una gemma per la sua coerenza e il suo cuore, ottenendo un successo stratosferico in Cina e ponendo le basi per un nuovo universo cinematografico mitologico. Le prime menzioni di Ne Zha nei testi cinesi (dinastie Tang e Song) lo identificano con un nome che si è poi evoluto in "Ne Zha", ma che in origine si ipotizza fosse legato a Nalakūvara (o Nalakūbara), una figura minore della mitologia indiana (un yaksha) e figlio di Kubera, il dio della ricchezza. La sua popolarità in Cina crebbe perché fu assimilato dal Buddhismo come divinità guardiana. In questo contesto è spesso associato, o addirittura considerato l'equivalente, di Skanda (Weituo in cinese), un protettore degli insegnamenti buddhisti e dei monaci, spesso raffigurato come un giovane guerriero. Questa associazione gli conferì uno status di divinità protettrice, prima di essere pienamente integrato nella religione popolare e nel Taoismo, dove è venerato come "Principe dell'Altare Centrale" (Zhongtan Yuanshuai).

Il film di "Ne Zha" (2019) è consigliato per coloro che vogliono avvicinarsi al cinema di animazione Cinese, in quanto i temi trattati sono comunque presenti anche nell'animazione Occidentale (l'accettazione e la valorizzazione della diversità, così come l'emarginazione), ma qui si avrà modo di vedere un punto di vista differente. La saga di Ne Zha è un trionfo che va' oltre il semplice intrattenimento. E' un'opportunità per il pubblico occidentale di immergersi in una ricca mitologia presentata come una tecnologia all'avanguardia. Mentre il primo film è solido e commovente "eroe contro il destino", il sequel è una vera e propria esperienza cinematografica che alza l'asticella per l'intera industria.

Se cercate un'avventura fantasy che abbia la scala di un blockbuster e il cuore di una storia personale, e che al contempo vi apra una finestra sul nuovo orizzonte dell'animazione mondiale, non potete perdervi questi film. Ne Zha non racconta solo una leggenda; accende il desiderio di vederla continuare. 

Entrambi i film sono disponibili sia in lingua Cinese (Mandarino) che in lingua Inglese, tuttavia è bene sottolineare che se deciderete di optare per la versione in lingua Inglese, molte sfumature di significato del film non saranno presenti. Il mito di Ne Zha è particolarmente apprezzato in Sichuan, per cui, molti personaggi parlano l'accento di quella specifica regione della Cina, donando un tocco di spontaneità in più ai personaggi. Anche alcuni simbolismi sono comprensibili solo a chi possiede una buona conoscenza del Cinese. Tuttavia, chi ha curato l'adattamento è stato particolarmente attento ad adattare il più possibile ad un pubblico Occidentale, per cui l'esperienza risulta comunque godibile ad un pubblico Occidentale.

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Ne Zha II- L'Ascesa del Guerriero di Fuoco: il Demone che Sfidò il Destino (e i Box Office)
Se il primo film ha stupito, Ne Zha 2 ha riscritto la storia dell'animazione. Questo sequel ha superato record mondiali di incassi, stabilendosi come il film d'animazione con maggiore incasso globale, una prodezza che lo ha visto superare persino i numeri di blockbuster occidentali, in un chiaro segnale che l'animazione cinese è un competitor globale a pieno titolo.

Il salto di qualità visivo e narrativo è sbalorditivo. L'animazione è descritta come una forza della natura, ricca di dettagli e potente, frutto del lavoro di migliaia di artisti. Il film esplora temi più complessi, come l'esplorazione dell'identità, la lotta di classe e l'ingiustizia sociale, mantenendo al contempo un'epica viscerale. Il terzo atto si trasforma in un proprio e vero "uragano" di battaglie divine, che per grandiosità e pathos non teme il confronto con finali di saghe come "Avengers: Endgame" o "Il Signore degli Anelli".

La storia riprende le conseguenze degli eventi precedenti, con Ne Zha e il suo amico/rivale Ao Bing le cui anime, benché intatte, rischiano la distruzione dei corpi. La trama si sviluppa in una miscela mozzafiato di arti marziali, mitologia orientale e tematiche universali come l'amicizia e il sacrificio. Rispetto al primo film, questo risulta molto curato nelle animazioni e si nota un certo sforzo nel riprodurre fedelmente le atmosfere del libro originale "L'Investitura degli Dei", tuttavia non riesce ad avere la carica emotiva del primo, dato che vediamo intrecciarsi diverse sottotrame all'interno dei film che non hanno una vera e propria conclusione all'interno della pellicola. Diverse scelte narrative, specialmente nel terzo atto del film, anticipano l'uscita di un terzo capitolo della saga.
Tale sensazione viene poi definitivamente confermata nella scena presente dopo i titoli di coda.
Nonostante sia apprezzabile lo sforzo e la magnificenza dell'animazione di questo film, riscontra alcuni problemi strutturali che non sono presenti nel primo film.
Non sempre, dunque, il successo al botteghino è indice di una qualità superiore su tutti i fronti, ma spesso risulta solo un'operazione meglio riuscita al livello commerciale.

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La Perla del Caos
Nel primo film del 2019, la narrazione si basa sulla Perla del Caos (
Hùn Yuán Zhū), un'essenza primordiale che l'immortale Yuanshi Tianzun divide in due parti:

La Perla dello Spirito (
Líng Zhū): destinata a reincarnarsi in un eroe.

La Perla del Demone (
Mó Wán): destinata a generare un essere di distruzione.

A causa di un inganno del geloso Shen Gongbao, le due perle vengono scambiate:
- Ne Zha riceve per errore la Perla del Demone, nascendo come "Diavolo Incarnato" (
Mó Tóng), un bambino dotato di poteri demoniaci, violento e temuto dagli abitanti del villaggio. La sua natura di "demone" è qui una questione di destino cosmico, che lui è chiamato a superare.
- Ao Bing, il principe dei draghi del Mare Orientale, riceve la Perla dello Spirito, nascendo come un essere puro e virtuoso.

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Il Legame Fraterno di Destino
Questa scelta narrativa non è solo un colpo di scena; è la chiave della profondità emotiva della saga. Ne Zha e Ao Bing sono due facce della stessa moneta, nati dalla stessa essenza primordiale, la Perla del Caos.

Nel finale catartico del primo film e nelle premesse del secondo, i due giovani si ritrovano legati in un destino tragico: per salvarsi e superare le rispettive condanne, devono unire le forze e il potere delle loro Perle contro l'ingiustizia e il destino stesso. In Ne Zha - L'Ascesa del Guerriero di Fuoco, questa dualità si intensifica, con le loro anime che devono trovare il modo di coesistere dopo il sacrificio.

Il successo di questi film risiede proprio in questa reinterpretazione: l'epica battaglia tra bene e male diventa un conflitto interiore sull'identità e sul libero arbitrio, dimostrando che anche un "demone" può scegliere di essere un eroe e che l'animazione cinese ha trovato la sua voce più potente, combinando una mitologia millenaria con una narrazione moderna e mozzafiato.

lunedì 6 ottobre 2025

Tokyo Gang vs. Hong Kong Gang (Tokyo Gyangu Tai Honkon Gyangu) - 1964

Regia: Teruo Ishii
Sceneggiatura: Teruo Ishii, Akira Murao
Casa di produzione: Toei
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Toei
Fotografia: Hayashi Shichiro
Musiche: Yagi Masao
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Data di rilascio: 1° gennaio 1964
Finalmente si torna a parlare di Teruo, qui all'opera in una delle prime pellicole filmate all'estero dalla casa nipponica. Fresco dalla gavetta nella ormai defunta Shintoho, entra nella Toei nel 1961, appena dopo avere girato l'ultimo film della quadrilogia denominata "Linea": si portò con sé un allora misconosciuto Ken Takakura nel yakuza eiga di "Flower, Storm and Gang", girato nello stesso anno. Il film in questione diede il lancio ad una longeva serie che sarebbe terminata nel 1967. Il co-protagonista Koji Tsuruta è anche lui al massimo della forma, in quanto l'anno precedente ebbe il pregio di lanciare il filone dei "ninkyo eiga" tramite il dramma jidaigeki di "Life of Hishakaku": stesso discorso per Tanba, ma a livello internazionale per il film di guerra franco-americano di "Ponte Verso il Sole" (1961).

Shuji Kitahara (Ken Takakura) approda a Hong Kong per smerciare droga: viene subito intercettato da Ryu (Kenjiro Ishiyama) per fare affari, per poi rinunciare a causa dei prezzi gonfiati. Si rivolge così a Chan (Ryohei Uchida), un subordinato del potente Mao (Tetsuro Tanba), ma nel giorno della transazione viene tolto di mezzo da Ryu, dopo avere consegnato un pacco alla star dell'opera pechinese Li Shu-Hwa (Yoshiko Mita). Immediatamente la Ooka Kogyo di Tokyo manda il suo dirigente Fujishima (Koji Tsuruta) a Hong Kong per farsi consegnare la droga da Li, ma viene rapita dalla banda di Ryu. Si viene così a scoprire che Mao era un compagno d'armi di Fujishima, un agente dei servizi segreti: entrambi tornano in Giappone e tramano la distruzione di entrambe le bande...

Un caso perfetto in cui Hong Kong diviene la co-protagonista di un film, soprattutto la sua parte degradata ed ancora ben lontana dall'essere uno degli attuali centri finanziari globali: come un documentario, incamera l'essenza di una città popolata da persone che la vivono e la amano. Ken esemplare nell'essere a suo agio con stile e nel morire con stile, senza provare un milligrammo di paura; Koji si ritrova nella stessa barca, ma come un umanoide incapace di vivere senza il suo siero palliativo, dove al di fuori dalla nebbia narcotica riesce a provare emozioni pure come un vero umano... Tanba freddo, ma cinico calcolatore. Fotografia dai colori sbiaditi e ricca di elementi architettonici/panoramici interni ed esterni a Hong Kong, ma esplode nei colori al ritorno in Giappone, dove anche nelle tenebre si mostrano. Montaggio nella media, colonna sonora jazz e perfetta per l'atmosfera funesta in cui tutti andranno incontro. L'attesa per l'azione viene ripagata immensamente nel secondo tempo del film, ma ahimè i dialoghi in cantonese fanno davvero male ai timpani...


Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

The Dog Stars - Le stelle dopo la fine

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