Sandakan No.8 - 1974
Regia: Kei Kumai
Soggetto: Tomoko Yamazaki
Sceneggiatura: Sakae Hirosawa, Kei Kumai
Produttore: Masayuki Sato, Hideyuki Shiino
Casa di produzione: Toho, O&R Productions, Haiyuza Eiga Hoso Company
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Toho
Fotografia: Mitsuji Kanau
Montaggio: Tatsuji Nakashizu
Musiche: Akira Ifukube
Scenografia: Takeo Kimura
---
Data di rilascio: 2 novembre 1974
Finalmente ho l'onore di tornare a parlare di Kumai, autore di quell'oscurità che ha ritrovato il suo riscatto in luce due anni prima. In questa pietra miliare della sua filmografia ci porta nella città di Sandakan in Malesia, un tempo meta dei traffici di sesso per le "karayuki-san", costrette a prostituirsi nelle nazioni del Pacifico e nelle ex-colonie nipponiche: vantano un loro cimitero, costruito nel 1890 dall'allora sig.ra Kuni Kinoshita, a capo del bordello "Sandakan No.8". Al suo rilascio ebbe un notevole successo di pubblico e di critica, tanto che in Cina fu uno dei più grandi successi in assoluto all'estero di una pellicola nipponica, al suo arrivo nel 1978 assieme a "Manhunt" (1976): solo a Pechino incassò un totale di 3,5 milioni di yuan (427.000 euro) e mancò per poco la vincita dell'Oscar al Miglior Film Straniero.
La giovane giornalista Keiko Mitani (Komaki Kurihara) sta scrivendo un articolo sulla storia delle donne nipponiche costrette a prostituirsi nei bordelli nel Pacifico, agli inizi del Novecento. Per puro caso fa' la conoscenza di Osaki (Kinuyo Tanaka), un'anziana signora che vive in un villaggio remoto assieme ai suoi gatti. Lei accetta di raccontare la sua storia ed il film ci trasporta negli anni '20, dove la giovane Osaki (qui interpretata da Yoko Takahashi) viene venduta dalla propria famiglia come cameriera a Sandakan, nell'allora Borneo del Nord britannico, in ciò che credeva fosse un hotel. In realtà, l'hotel si rivela essere un bordello molto redditizio, ossia il "Sandakan No.8". Dopo avere lavorato per ben due anni come cameriera, viene costretta dal proprietario del bordello ad essere una prostituta...
Profonda riflessione su un frammento, purtroppo dimenticato, del passato imperialista nipponico. La tratta delle schiave del sesso è come una piovra, capace di infestare qualunque luogo di depravazione e di lussurie dalle categorie più disgustose di uomini in circolazione: gli spietati. E purtroppo, in un bordello, si giustifica qualunque atto ripugnante pur di lucrare sulla pelle di chi è stato privato dei suoi diritti basilari... documentato da una cinepresa più furiosa del solito nel portare alla luce una pagina buia della storia del Paese, abilmente raccontata dalle memorie dolorose di Tanaka, in un cammino dove non ha mai potuto provare reali sentimenti per qualcuno ed abitante di una casa caduta in rovina come la sua storia oscura: da giovane, Yoko porta a compimento il resto del lavoro in una performance ai limiti della finezza e della vulnerabilità per la realtà che ogni giorno prova una donna costretta a concedersi nei confronti di tali soggetti. Kurihara, come il film, fa' il suo dovere giornalistico e fotografa il tutto con una rara sensibilità sui misfatti avvenuti, grazie anche ad una scenografia elegante e non banale del flashback della co-protagonista. Fantastici gli accenni al cinéma vérité dalle micro-interviste fatte ad alcuni residenti locali di Sandakan, con dei colori caldi tipici degli anni '70. Montaggio anonimo, ma ci distrae dal tutto la colonna sonora straziante di Ifukube che grazie alla potenza visiva di alcune scene incamera la furia di quell'epoca ormai sparita...
Soggetto: Tomoko Yamazaki
Sceneggiatura: Sakae Hirosawa, Kei Kumai
Produttore: Masayuki Sato, Hideyuki Shiino
Casa di produzione: Toho, O&R Productions, Haiyuza Eiga Hoso Company
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Toho
Fotografia: Mitsuji Kanau
Montaggio: Tatsuji Nakashizu
Musiche: Akira Ifukube
Scenografia: Takeo Kimura
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Data di rilascio: 2 novembre 1974
Finalmente ho l'onore di tornare a parlare di Kumai, autore di quell'oscurità che ha ritrovato il suo riscatto in luce due anni prima. In questa pietra miliare della sua filmografia ci porta nella città di Sandakan in Malesia, un tempo meta dei traffici di sesso per le "karayuki-san", costrette a prostituirsi nelle nazioni del Pacifico e nelle ex-colonie nipponiche: vantano un loro cimitero, costruito nel 1890 dall'allora sig.ra Kuni Kinoshita, a capo del bordello "Sandakan No.8". Al suo rilascio ebbe un notevole successo di pubblico e di critica, tanto che in Cina fu uno dei più grandi successi in assoluto all'estero di una pellicola nipponica, al suo arrivo nel 1978 assieme a "Manhunt" (1976): solo a Pechino incassò un totale di 3,5 milioni di yuan (427.000 euro) e mancò per poco la vincita dell'Oscar al Miglior Film Straniero.
La giovane giornalista Keiko Mitani (Komaki Kurihara) sta scrivendo un articolo sulla storia delle donne nipponiche costrette a prostituirsi nei bordelli nel Pacifico, agli inizi del Novecento. Per puro caso fa' la conoscenza di Osaki (Kinuyo Tanaka), un'anziana signora che vive in un villaggio remoto assieme ai suoi gatti. Lei accetta di raccontare la sua storia ed il film ci trasporta negli anni '20, dove la giovane Osaki (qui interpretata da Yoko Takahashi) viene venduta dalla propria famiglia come cameriera a Sandakan, nell'allora Borneo del Nord britannico, in ciò che credeva fosse un hotel. In realtà, l'hotel si rivela essere un bordello molto redditizio, ossia il "Sandakan No.8". Dopo avere lavorato per ben due anni come cameriera, viene costretta dal proprietario del bordello ad essere una prostituta...
Profonda riflessione su un frammento, purtroppo dimenticato, del passato imperialista nipponico. La tratta delle schiave del sesso è come una piovra, capace di infestare qualunque luogo di depravazione e di lussurie dalle categorie più disgustose di uomini in circolazione: gli spietati. E purtroppo, in un bordello, si giustifica qualunque atto ripugnante pur di lucrare sulla pelle di chi è stato privato dei suoi diritti basilari... documentato da una cinepresa più furiosa del solito nel portare alla luce una pagina buia della storia del Paese, abilmente raccontata dalle memorie dolorose di Tanaka, in un cammino dove non ha mai potuto provare reali sentimenti per qualcuno ed abitante di una casa caduta in rovina come la sua storia oscura: da giovane, Yoko porta a compimento il resto del lavoro in una performance ai limiti della finezza e della vulnerabilità per la realtà che ogni giorno prova una donna costretta a concedersi nei confronti di tali soggetti. Kurihara, come il film, fa' il suo dovere giornalistico e fotografa il tutto con una rara sensibilità sui misfatti avvenuti, grazie anche ad una scenografia elegante e non banale del flashback della co-protagonista. Fantastici gli accenni al cinéma vérité dalle micro-interviste fatte ad alcuni residenti locali di Sandakan, con dei colori caldi tipici degli anni '70. Montaggio anonimo, ma ci distrae dal tutto la colonna sonora straziante di Ifukube che grazie alla potenza visiva di alcune scene incamera la furia di quell'epoca ormai sparita...
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!



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