Data di rilascio: 19 settembre 1975 Chor, conosciuto al pubblico di Hong Kong per le scenografie eleganti dei suoi wuxia e nel recupero definitivo del cantonese come lingua dominante dal 1973 ad oggi del cinema portuale, cambia completamente orientamento e decide di tentare la fortuna nel genere poliziesco, nonché l'unico in tutta la sua longeva filmografia di 120 pellicole. Questa volta si arma delle più grandi stelle in voga della casa come Danny Lee, divenuto in brevissimo tempo noto a livello mondiale per il suo ruolo nel tokusatsu di "The Infra-Man" nello stesso anno; Chen Kuan-Tai, fresco della gavetta di Chang Cheh nel famigerato "I Kamikaze del Karate" (1972), così come Wang Chung nel poliziesco di Chang nel 1973; ed un veterano della casa come Yueh Hua, ancora non dimenticato dal pubblico per la sua performance ubriacata nell'antenato del filone delle girls with guns in "Come Drink with Me" (1966).
Una banda di giovani rapinatori (Wang Chung, Danny Lee, Yueh Hua, Chen Kuan-Tai, Ling Yung) assalta un portavalori contenente 5 milioni di dollari e vengono traditi dal loro boss Maiguang (Tin Ching), che divulga alla stampa i nomi dei rapinatori. A sua volta viene tolto di mezzo dal suo boss (Tsung Hua), che si rivelerà essere il figlio di un ispettore (Tung Lin), sulle tracce della banda: questi ultimi cercheranno di ricostruire il misfatto di Maiguang...
Pesante melodramma che prova a ricostruire il perché la banda è stata costretta a delinquere, tramite esaustivi flashbacks su personaggi da scenari disparati, che nel mentre vengono braccati dalla polizia nel presente colgono l'occasione per avere un attimo di felicità (ansiosa) dopo una vita movimentata. Il tutto viene colmato dal noir pungente che pervade l'atmosfera, capace di dirci il tragico fato di ciascun personaggio dalle loro tracce. Ottima la fotografia panoramica, anche di notte, dai colori asciutti ed ampiamente sfruttata nel chiaroscuro, soprattutto nelle scenografie ben congegnate (soprattutto nel tragico finale di Chen, che visita una villa ben arredata) e nelle scene d'azione alla Fukasaku (con tanto di inquadrature mosse, suo marchio di fabbrica). Montato abbastanza bene in tutta l'esecuzione, le musiche fanno il loro lavoro nell'alimentare la tensione nelle scene clou. Ma soprattutto, per chi è un veterano del nostro blog si accorgerà della notevole somiglianza del film al nostrano genere del poliziottesco, in quanto ha alcuni dei suoi ingredienti (sparatorie, rapine e soprattutto la logora classe lavoratrice prossima all'implosione).
In conclusione, se siete dei novelli in cerca di un poliziesco ben congegnato, sorvolate altrove: per i veterani del cinema hongkonghese sarà una visione passabile, ma da non tralasciare per la sperimentazione. A presto!
Data di rilascio: 1° luglio 1971 Grazie al sostegno economico dei suoi fratelli nell'immediata liberazione della Corea dall'occupazione nipponica, Lee è stato capace di frequentare la scuola e di lavorare come assistente alla regia per Ahn Jong-Hwa e Park Gu, per poi esordire nel 1961 con "Kaleidoscope", sfortunatamente perduto e secondo alcuni resoconti dell'epoca parrebbe un dramma per famiglie. Fortunatamente il suo secondo lavoro del 1962, "Call 112", aprì definitivamente la strada al genere del thriller in Corea del Sud e fu un enorme successo di pubblico e di critica, tanto che lo stesso Lee girò altri due remakes nel 1969 e nel 1974. All'attivo un totale di 94 films da regista ed abilissimo nel girare in quasi tutti i generi cinematografici in un sterminato panorama di successi, continuò a lavorare fino all'ultimo suo lavoro del 1975, un avventuroso road movie ma privo di auto, denominato "The Road to Sampo"; affetto da un cancro renale, durante la fase di montaggio della pellicola ebbe un collasso e fu trasportato d'urgenza in ospedale, passando a miglior vita poco dopo. Aveva solo 43 anni.
L'ispettore Jang (Heo Chang-Kang), a capo della Sezione 330, è sulle tracce di una coppia specializzata in furti a bordo di una motocicletta, a sua volta rubata da un alto ufficiale della polizia. Intanto, in famiglia, suo figlio Kyu-Seok ha stretto amicizia con il ragazzo di campagna Dol-Lim, alla ricerca di sua sorella. Jang decide di accoglierlo in casa propria, fino a quando Kyu non gli trova un lavoro come usciere in un ristorante locale. Il tutto viene interrotto bruscamente quando Lee Min-Soo (Mun Oh-Jang), criminale precedentemente tratto in arresto da Jang, viene scarcerato e prende di mira Kyu...
All'apparenza un poliziesco, è una lente d'ingrandimento (propagandistica) sullo stato economico/sociale della Corea del Sud di allora, rappresentati dalla famiglia di Jang e dal contesto circostante. Famiglia lacerata che trascorre in melancolia le proprie giornate tra lavoretti di ripiego, con un padre sempre assente al focolare ma un agente modello nella polizia che vive per il suo modesto lavoro, dove la moglie è costretta a mandare giù la solitudine casalinga quotidianamente. Nel grigio sporco della oramai sparita Seoul di allora, anche la modesta fotografia illustra le modeste condizioni di una popolazione sotto il regime di Chung-Hee, con longevi piani sequenza all'aperto e sequenze da noir all'americana: pioggia notturna con impermeabili beige, lampeggianti della polizia e neon che risplendono sull'asfalto bagnato; cielo plumbeo, atto ad illustrare l'incertezza della società sudcoreana di allora; traffico urbano congestionato per una metropoli che non dorme mai come Seoul. Montaggio non molto presente, quasi un modo per simboleggiare la stanchezza cronica della famiglia di Jang. Musiche da melodramma che provano ad affievolire il mestiere del protagonista, oltre allo scenario martoriato della nazione.
Nel complesso, ci troviamo davanti ad un film di propaganda sponsorizzato dalla stessa polizia per tentare di ripulire l'immagine del regime di Chung-Hee, ma capace di offrire una istantanea astuta della società sudcoreana del tempo. A presto!
Paese di produzione: Hong Kong, Cina Distribuzione: Shaw Brothers
Fotografia: Wong Ming, Danny Lee Yau-Tong
Montaggio: Chiang Hsing-Lung
Musiche: Eddie H. Wang
Trucco: Fong Yuen ---
Data di rilascio: 21 febbraio 1968 Binomio che non lascia alcun dubbio sull'esecuzione del prodotto. Cheng Kang, che avevo accennato molto tempo prima, merita una esaustiva descrizione: originario di Anhui, attorno al 1942 si unisce ad un gruppo teatrale dove scrisse opere di successo e nel dopoguerra (1949) si trasferisce a Hong Kong, dove intraprende la carriera di sceneggiatore ed esordisce quasi immediatamente nel 1951, con il dramma storico di "Mother and Son in Grief". Autore di oltre 100 sceneggiature, vanta anche un totale di 36 films da regista, tra cui il suo esito più acclamato de "The 14 Amazons" (1972), pluripremiato a Taiwan con il Golden Horse. Wu, originario di Pechino, nel 1937 crea assieme al futuro scrittore Wu Ruo un club letterario per visitare varie città della Cina per promuovere la ribellione contro il Giappone; si arruola nell'esercito ed entra in contatto con la compagnia teatrale di Chongqing, per poi unirsi al China Motion Picture Studio ed esordire come attore nel film di guerra "Spy from Japan" (1943). Nell'immediato dopoguerra si trasferisce anche lui a Hong Kong ed inizia a lavorare per la MP&GI dal 1957, dove vi esordisce come regista nel 1963 con il dramma di "Father and Son". Si sposta alla Shaw nel 1967 e finita la sua epoca d'oro, si trasferisce a Taiwan nel 1980 per lavorare in ambito televisivo; tornato a Hong Kong, viene colpito da un ictus dopo la sua partecipazione in "Lucky Diamond" (1985) e passa a miglior vita il 20 marzo del 1993, all'età di 73 anni.
Tung (Ling Yun) è conosciuto alle autorità di occupazione nipponiche come il "fratello armato", che agisce assieme alla resistenza locale durante la notte per cacciare gli invasori. Di giorno è un instancabile rubacuori ed abile giocatore di mahjong, che nel mentre attira i sospetti dell'ispettore Ma (Tien Feng) sulla sua vera identità. Per evitare di essere scoperto a seguito di una ferita sul volto procurata a seguito di una colluttazione con quest'ultimo, si serve dell'aiuto di suo fratello Nam (il medesimo Ling) per riorganizzarsi e dare una sferzata finale al nemico...
Implacabile avventura di piombo ed astuzia, dove si svolge senza alcun intoppo verso il regolamento di conti finale in una regia al pieno servizio dei personaggi, che discretamente si evolvono in una trama dal concetto per nulla male. Sceneggiatura con alcune evidenti discrepanze, che si perde nella vita quotidiana del protagonista, ma non intacca il resto; rapida sugli spettacoli pirotecnici e nei colpi di scena ai danni degli invasori, dove ne raggiunge il culmine. Con una fotografia che si serve di eleganti scenografie nelle scene neutrali (come nella residenza del protagonista), colme di sequenze chiaroscure ed altre tramite telecamera a mano, non manca di deliziarci con panorami vari nelle scene dove Ling si confronta con gli occupanti. Montaggio rapido nei punti focali, ma rilassato nei momenti neutri, che in seguito diverrà il marchio di fabbrica di Kang. Colonna sonora da kolossal, pomposa e che incamera la memoria dell'eroica resistenza armata contro l'occupazione nipponica; non esita ad affondare il pedale dell'acceleratore sul melodramma, ma le note aiutano a provare empatia con il protagonista e la sua resistenza.
Definitivamente un prodotto artigianale, ma non da tralasciare. A presto!
Paese di produzione: Singapore, Malesia Distribuzione: Shaw Brothers
Fotografia: Chien Yee-Hsiung
Montaggio: Chiang Hsing-Lung
Musiche: Wang Fu-Ling
Trucco:Fong Yuen
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Shima, affabile camaleonte del mestiere già noto per il suo ingresso alla Nikkatsu nel 1925, riesce a farsi un nome grazie ai suoi ruoli romantici in pellicole dirette da Kenji Mizoguchi e Tomu Uchida; per poi, all'età di 38 anni, intraprendere la carriera da regista agli inizi della WW2 con "Skylark" (1939), ricevendo attenzione a livello nazionale per il suo spaziare tra generi diversi, anche qui sin da subito con il fantascientifico per bambini "Matasaburo of the Wind" (1940). Arruolato nell'esercito nel 1943, a guerra conclusa si concentrò di più in ambito pubblicitario, ma continuava ad ottenere successo grazie ad altre opere come "Unforgettable Trail" (1959). Viene invitato a Hong Kong per girare altri films, con lo pseudonimo di Shi Ma-Shan, iniziando nel 1969 con "Dear Murderer" e concludendo definitivamente la sua carriera l'anno seguente in "The Orchid". All'attivo un totale di 90 films da regista e 90 da attore, passa a miglior vita il 10 settembre del 1986, all'età avanzata di 85 anni: suo nipote Noriaki Yuasa, il padre del tokusatsu di "Gamera", aveva lavorato per lui come assistente alla regia.
Ping (Lam Chung), appena tornato a Singapore dall'Italia dopo una lunga sessione di studio per la musica, si scontra con suo padre (Liu Kei) che intende assumerlo nell'azienda di famiglia. Opponendosi all'idea, Ping intende divenire una guida turistica e si unisce all'avventura la sua ragazza Su (Lily Ho). La disavventura incomincia quasi subito con l'accompagnamento della giovane insegnante Dong (Essie Lin Chia), assieme all'infatuata studentessa Li (Lily Li) che scatenerà non pochi problemi assieme al quartetto...
Commedia romantica dalla trama trasparente, che nel secondo tempo si tramuta in una pubblicità per il turismo in Malesia. Il tutto viene salvato dalle interpretazioni del cast, i quali si sono letteralmente divertiti nelle locations, caleidoscopiche nelle scenografie e nei colori: un vero e proprio intrattenimento oculare nelle loro tonalità e nei loro stili bohémien, tali da anticipare futuri movimenti della fotografia cinematografica come il CDL bessoniano, anche nei panorami da cartolina di due nazioni che hanno cambiato profondamente i loro volti, in una lente dove illustra esaustivamente il mestiere della guida turistica: saper apprezzare i luoghi che nei secoli hanno plasmato idee, persone e movimenti artistici, tramandandoli alle future generazioni come un manifesto per rivalutare luoghi avversi/già conosciuti/sconosciuti. Montaggio dove in alcune scene lascia a desiderare, ma di tutto rispetto. Colonna sonora anch'essa da cartolina e che rispecchia cristallinamente le disavventure del gruppo.
Spero in futuro di poter visitare i luoghi in cui si è recato Lam, oltre a Singapore!
Masumura ritorna con la sua satira corrosiva nei confronti della società nipponica, questa volta con l'aiuto di attori che hanno fatto scuola nel genere del thriller: Meiko Kaji e Jiro Tamiya, quest'ultimo tra gli attori feticci del regista, maturato dopo il boom della "noberu bagu" durante gli anni '60. Tra i co-protagonisti è da segnalare l'apparizione di Keiko Takahashi, all'epoca fresca di popolarità per la sua partecipazione nel longevo detective drama a puntate di "Taiyo ni Hoero!", scovata all'inizio del decennio da un fotografo della Daiei ed immediatamente arruolata nella casa subito dopo il termine delle medie. All'attivo un totale di 111 pellicole dal 1970 ad oggi, è sposata con il regista Banmei Takahashi, che nel 1982 lo aveva aiutato nel lancio a livello nazionale dopo una quarantina di "pinku eiga" misconosciuti.
Durante una corsa sullo Shinkansen, una guardia ritrova nel bagno un ordigno esplosivo, munito di una lettera minatoria che avvertiva del deragliamento di un altro treno se non fossero state diminuite le vibrazioni causate dalla loro velocità. Dopo 10 giorni, il deragliamento avviene e la polizia incarica Takigawa (Jiro Tamiya) nel trovare il responsabile: immediatamente concentra le indagini sul medico Akiyama (Masaomi Kondo), che nel mentre aveva redatto uno studio sull'inquinamento acustico causato dallo Shinkansen. La sua ragazza Kimihara (Keiko Takahashi) lo aveva aiutato a contrabbandare la nitroglicerina per l'ordigno, per poi sapere da Akiyama che sarebbe (falsamente) partito per l'Europa. Con altri piani in attesa di esecuzione, la tensione si innalzerà ulteriormente...
Nonostante sia una pellicola macchinosa negli avvenimenti, è nella trama che concentra la maggior parte della tensione, oltre a lanciare costanti frecciatine sul treno ad alta velocità: un moderno gioiello, ma capace di essere fatale per alcuni residenti locali. Masaomi spietato ed astuto nel suo attivismo privo di lieto fine, che come in quasi ogni protagonista dei films di Masumura, denuncia l'indifferenza della società nipponica del tempo con atti simbolici (come un altro dei suoi sabotaggi, tramite il ventre molle della frequenza del treno). Tamiya freddo calcolatore e coordinato nelle mosse di Masaomi, come un gatto a caccia del topo, in un labirinto a grandezza naturale. Fotografia da cinéma vérité e con numerosi angoli olandesi da neo-noir, senza paura nel tramutarsi per un attimo a tema mecha nelle apparecchiature usate da Masaomi nel sabotare il treno, con inquadrature anguste e claustrofobiche. Montaggio non da primo premio, ma capace di stare dietro a Masaomi; così come le musiche.
Se siete in cerca del brivido e dell'azione, vi consiglio caldamente il classico "Treno Proiettile" di Sato: ma per i veri intenditori consiglio di tenervi stretta tale recensione. Alla prossima!
Regia: Yves Boisset Soggetto: George Markstein Sceneggiatura: Michel Audiard, Claude Veillot, Yves Boisset Produttore: Norbert Saada Direttore di Produzione: Georges Vallon Casa di produzione: Cathala Productions, TF1 Films Production
Paese di produzione: Francia, Svizzera
Fotografia: Jean Boffety
Montaggio: Albert Jurgenson, Jean-François Naudon
Musiche: Ennio Morricone
Trucco: Christiane Sauvage
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Data di rilascio: 27 gennaio 1982 Originariamente doveva essere diretto dal controverso Andrzej Zulawski, ma a causa di alcuni diverbi con Lino Ventura passò l'incarico a Boisset, che a sua volta era appena uscito dal flop di "Allons Z'Enfant", nonché suo film preferito. Considerabile il cineasta più censurato della Quinta Repubblica per i suoi films di denuncia politico/sociale, all'età di quattro anni fu portato al cinema dalla sua tata e sviluppò l'itterizia a causa di una sparatoria nel film di "Dernier Atout" (1942). A 15 anni gli fu proposto un ruolo in "Quella Certa Età" (1954), ma suo padre rifiutò: così a 17 anni lasciò casa e intraprese la carriera di giornalista al Paris Jour. Dopo il suo servizio militare in Algeria, torna a casa e lavora come assistente alla regia per registi come Melville e Sautet, fino al suo esordio nel 1968 con "L'Assassino ha le Ore Contate": passa a miglior vita il 31 marzo del 2025, all'età di 86 anni.
Zurigo. Sébastien Grenier (Lino Ventura), agente dormiente dello SDECE e direttore di una società di investimenti, apprende la notizia dell'assassinio di Zimmer (Kurt Bigger) su un tram: riceve a casa un libro di Alexandre Dumas, dove vi è contrassegnata la pagina 138 e comprende di essere stato contattato da un agente dei servizi segreti. Decide di fare conoscenza con il contatto Jean-Paul Chance (Michel Piccoli), presentatosi a lui come un alto funzionario del Consiglio Federale di Berna. Chance illustra a Grenier che probabilmente sua moglie Anna (Krystyna Janda) ha dei legami con i brigatisti di estrema sinistra e lo incarica di investigare chi vi è dietro a tutto ciò. Grenier, dubbioso dell'identità di Chance, chiede ad altri suoi colleghi di investigare su quest'ultimo...
Spionistico impostato sul thriller, ma sebbene abbia una trama rivista e basilare, l'ambiguità e l'incertezza dominano senza nessuna tregua. Ventura si ritrova nel mezzo e prende coscienza sull'ardito mestiere delle spie, continuamente sospese su un filo trasparente e costrette improvvisamente a voltare le spalle nei confronti di agenti oramai ben adattati alla vita in superficie. Il ritmo serrato di Morricone ci aiuta a reggere lo schema slasher della pellicola, capace di fare terra bruciata intorno a Ventura e generare una colonna di fumo così intensa da mandarci in confusione sul filo che ci condurrà al responsabile, che non per caso maschera le sue tracce nell'ambiguità... illustrati ampiamente nella fotografia, la quale girerà intorno all'ecosistema di Ventura con numerosi trucchi come le ombre e la desaturazione dei colori (Decae docet), oltre a numerosi primi piani e cinepugni durante i regolamenti di piombo, grondanti di suspense in una sceneggiatura che a volte esce ed entra nel radar dello scenario attivo di Zurigo, con personaggi socialmente nascosti dalla città. Audiard corrosivo ed aspro nei dialoghi, colmi di frasi in codice e frecciatine al governo francese di allora. Montaggio che, pur nei suoi limiti, riesce a stare dietro a Morricone.
Prima di salutarvi, esiste addirittura un sito Internet dedicato al film, con tanto di fotografie attuali nei luoghi in cui hanno girato il tutto. Alla prossima!
Regia: Pavel Juracek, Jan Schmidt Sceneggiatura: Pavel Juracek, Jan Schmidt Casa di produzione: Filmové Studio Barrandov Paese di produzione: Cecoslovacchia Fotografia: Jan Curik Montaggio: Zdenek Stehlik Musiche: Wiliam Bukovy --- Data di rilascio (Francia): 4 maggio 1964 (Festival di Cannes) Data di rilascio(Cecoslovacchia): 4 settembre 1964 Duo di registi che ingiustamente sono stati dimenticati per via dei loro lavori di tremenda attualità. Juracek, come una buona parte dei registi della "nova vlna" cecoslovacca, aveva iniziato dal 1961 a lavorare come sceneggiatore al fianco di Vera Chytilova mentre studiava drammaturgia alla FAMU. Direttore di tre lungometraggi dal 1964 al 1970, fu poi licenziato dagli studi Barrandov a causa della sua posizione antisovietica e poi costretto ad emigrare in Germania per continuare a lavorare, senza ottenere successo: passa prematuramente a miglior vita il 20 maggio 1989 all'età di 53 anni, per via di un cancro. Jan ebbe un fato più pesante, rispetto al suo collega; ritrovatosi con la famiglia perseguitata dopo l'arrivo dei comunisti e con la facoltà universitaria sospesa, dal 1957 si ritrova a studiare alla FAMU, anche lui assieme ai titani del cinema locale. All'attivo un totale di 16 films da regista e ben 8 come attore, passa a miglior vita all'età avanzata di 85 anni il 27 settembre 2019.
Jan Harold (Karel Vasicek), nella landa desolata della burocrazia, è in cerca del suo amico Joseph Kilian (Pavel Bartl): ma nessuno lo ha mai sentito nominare. Vagabonda così per le strade di Praga, fino a quando non trova un negozio che offre gatti a noleggio e decide di prenderne uno. Il giorno dopo continua la ricerca per Kilian ed ha intenzione di restituire il gatto, scoprendo che il negozio è sparito nel nulla... e nessuno lo ha mai visto. Di nuovo costretto a vagabondare per la città e con un gatto come testimone della disavventura, il desiderio di ritrovare Kilian prende il sopravvento...
Come nell'investigatore disorientato di Teshigahara, siamo in cerca di risposte che non arriveranno mai, poiché il deserto burocratico intorno a noi ci costringe a edificare torri di Babele per tentare di respirare in libertà. Karel rappresenta divinamente la solitudine nella battaglia burocratica che noi subiamo quotidianamente, con un gatto che assiste alle assurdità kafkiane in cui incappa. A livello fotografico si segnalano interessanti intermezzi come i primi piani sui posters di propaganda, ormai relegati a un passato irrecuperabile; longevi piani sequenza nel caos urbano di Praga ed arricchiti di dialoghi interrogativi, con tanto di scenografie spartane ma dalla satira rovente, come il giornale in arabo letto da Karel e la finestra murata nella sala d'attesa dell'ufficio amministrativo popolato da altre persone in cerca di risposte come Karel. Colonna sonora ridotta all'essenziale, ma capace di ricambiare l'attesa.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog: e finalmente si riparte!
Regia: Yuji Makiguchi Sceneggiatura: Isao Matsumoto, Ichiro Otsu Casa di produzione: Toei Paese di produzione: Giappone Distribuzione: Toei Fotografia: Shigeru Akatsuka Montaggio: Isamu Ichida Musiche: Takeo Watanabe --- Data di rilascio: 4 dicembre 1976 Ci credereste che sto trattando l'unica pellicola della sua filmografia non ascrivibile al genere erotico? Yuji, sin dal suo esordio e dal suo ritiro dalle scene, aveva lavorato nel cinema con una delle "arti" più controverse del secolo. Inizia a lavorare alla Toei dal 1960 come assistente alla regia, assieme a maestri come Sadao Nakajima ed esordisce nel 1975, provando ad omaggiare l'ero-guro di Teruo Ishii. Si ritira quasi subito dal mondo su celluloide nel 1977, per focalizzarsi interamente su serie televisive come "Shogun's Samurai". Ritorna in home video (V-Cinema) per una singola volta nel 1996, ed in seguito si ritira definitivamente a vita privata. Passa a miglior vita il 5 dicembre del 2021, all'età avanzata di 85 anni.
Hiroshima, agosto 1967. La Kanto Doshikai avanza verso l'omonima prefettura, ed in tutta risposta la Tsushima-gumi, la Onishi-gumi e la Sakagi-gumi uniscono le forze per respingerli: soprattutto Hiroshi Jinno (Hiroki Matsukata) scende in campo e commette un omicidio, venendo arrestato e condannato ad otto anni di reclusione. Dopo la condanna, scoppiò un conflitto interno tra la Tsushima-gumi e la Sakagi-gumi, che portò allo scioglimento di quest'ultima e all'esilio da Hiroshima dei suoi dirigenti, tra cui Okimoto (Hideo Murota). Riunite di nuovo le bande, formano la Shinwa Rengo-kai ed il fratello di Hiroshi, Akimitsu Hojo (Akira Kobayashi), diviene il secondo presidente dell'organizzazione. Una volta rilasciato Hiroshi nel 1976, decide di lasciare il mondo della yakuza e di divenire un uomo onesto...
Pugno allo stomaco all'inizio della pellicola, che nonostante Hiroshima sia divenuta una città-simbolo del ritorno alla pace senza armi di qualsiasi tipo, è ancora stremata dalla presenza urbana di yakuza spietate. Considerabile un'opera appartenente al sottofilone sokaiya (ricattatori) dei jitsuroku eiga, è saldamente ancorata alle basi del genere, intrisa di tradimenti, pugnalate e colpi di scena; il tutto è incorniciato attraverso il docudrama alla Fukasaku, con una trama facile da seguire e priva di sentimentalismo. La tensione si respira anche attraverso l'astuta fotografia, con numerosi primi piani e movimenti scossi (sempre nello stile di Fukasaku) in dei colori scevri a pastello. Montaggio e colonna sonora che non nascondono la palese ispirazione a Fukasaku, con scene d'azione davvero esplosive capaci di distrarre da alcuni problemi nella sceneggiatura. Onesto prodotto, ma efficace.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog! E benvenuti nel 2026!
Regia: Yutaka Kohira Sceneggiatura: Masahiro Kakefuda, Hiro Matsuda, Yutaka Kohira Casa di produzione: Toei Paese di produzione: Giappone Distribuzione: Toei Fotografia: Yoshio Nakajima Montaggio: Fumio Soda Musiche: Hajime Kaburagi --- Data di rilascio: 8 aprile 1977 Kohira è uno di quei registi dalle pellicole che si contano sulle dita di due mani, come il nostrano Canevari ha circumnavigato il cinema di genere nipponico a cavallo tra gli anni di piombo e gli anni della bolla economica, senza mai avere un genere prediletto. Entra alla Toei nel 1962 ed esordisce come assistente alla regia in un "pinku eiga" del 1971 a firma di Makoto Naito; continua in tale attività fino al suo approdo sulla sedia da regista nel 1975, con il film scandalo di "Green Lovers" che descrive l'orientamento sessuale di una liceale (impersonata dall'allora 16enne Rushia Santo). Si diletta poi nel film di arti marziali di "Dragon Princess" (1976) con Etsuko Shihomi, passa al filone "bikersploitation" in "Hell Riders" (1976) e dirige due episodi nella nuova saga dedicata al famigerato Scorpione 701, dopo il decollo con Meiko Kaji. Nel 1982 gira il documentario "Crimson Wheel", dedicato alle locomotive a vapore in Cina, ormai del tutto scomparse in Giappone. Dopo lo speciale cinematografico dedicato alla band dei The Tigers nel 1990, si sposta nel cinema in videocassetta (V-Cinema) e nel 1997 lascia il mondo del cinema con il "pinku eiga" di "Taboo". Passa a miglior vita il 12 agosto del 2021 a causa di una polmonite, all'età avanzata di 82 anni.
In una guerra tra bande a Kabukicho, il 18enne Tetsu Gondo (Bunta Sugawara) decide di togliere di mezzo il boss della Negishi-gumi nella città di Fussa. Tratto in arresto e dopo 10 anni di reclusione, viene rilasciato per poi accorgersi che la Daimon-gumi in cui militava è cambiata radicalmente. La Yanagida-gumi ambisce anche lei al dominio di Fussa e la tensione aumenta notevolmente quando Tetsu sequestra un camion contenente numerose bottiglie di whisky, assieme ai suoi uomini, e decide di venderle nel suo bar...
Impressionante jitsuroku eiga diluito con il genere western, che raccoglie divinamente i movimenti scossi della cinepresa e la violenza disumana dalle opere di Fukasaku, in un'opera realizzata oramai al termine del filone: incorniciata in stile documentaristico, Bunta impersona il tipico yakuza che intende riportare la propria decadente famiglia ai fasti di un tempo, ad ogni costo; spietato nelle sue ambizioni, direttissimo nel gettare benzina sul fuoco anche nel suo essere ubriaco nella gran parte delle sue apparizioni. Nonostante abbia una sceneggiatura stereotipata del genere, si colma di numerosi colpi di scena; nello stile fotografico e pirotecnico avanza in maniera molto scorrevole, soprattutto dopo il tradimento di un membro della banda di Bunta verso il finale che darà il via ad una tempesta rovente ed insanguinata. Si segnala anche la presenza di un giovane Hiroshi Tachi, sbandato e pronto a tutto come gli uomini di Bunta, con il suo inconfondibile stile rock. Montaggio serrato, colonna sonora targata Kaburagi: pomposa e da noir.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!
Regia: Herman Yau Sceneggiatura: Sammy Lau Co-sceneggiatura: Ray Mak, Lee Po-Cheung Produttore: John Ma, Alex Tang Direttore di produzione: Peggy Cheung Casa di produzione: Pro-Vision Entertainment LTD. Paese di produzione: Hong Kong, Cina Distribuzione: Ocean Shores Coreografie: Paco Yick Fotografia: Puccini Yu Montaggio: Ma Chung-Yiu Musiche: Mak Chun-Hung (aka "Brother Hung") Trucco: Man Yue-Chan Costumi: Fung Kam-Ying --- Data di rilascio: 6 ottobre 1994 Incasso: 1,335,161 dollari (149.270 euro) Herman che porta sul grande schermo Anthony Wong, ancora prima del suo decollo a livello mondiale nella temuta "terza categoria", ma già all'epoca ben conosciuto a livello portuale per le sue partecipazioni da antagonista in film d'azione funesti come il secondo capitolo di "A Moment of Romance" (1993) e in "Casino Raiders 2" (1991); anche in ambito televisivo, prima del suo esordio cinematografico nel 1985. Si segnala la presenza nel cast di Linda Wong, la figlia di Jimmy Wang Yu, cantante e qui al suo secondo lavoro in assoluto sul grande schermo.
Il vigile Wong Ging (Anthony Wong), ossessionato dai films d'azione e con casa propria arredata nello stile di una caserma, assiste ad una rapina a mano armata nei confronti di un portavalori: fuggiti i malviventi, uno di loro viene inseguito da Lam (Bowie Lam), che a sua volta lo toglie di mezzo e si prende la refurtiva. Nel mentre, Linda (Linda Wong) si chiede dove sia finito il suo fidanzato Lam, chiedendo aiuto al suo amico Dee (Andy Hui). Wong, fingendosi un agente di polizia, si unisce alla ricerca ed assieme a Linda e Dee verranno braccati dalla banda per riavere indietro la refurtiva...
Parodia tagliente e satira sull'idealizzazione del genere poliziesco. Herman riprende i passi di Wong Jing, in quanto a dosare commedia ed azione senza alcun momento di tregua. Nonostante Anthony si incaglia più volte nel corso del film con il suo personaggio goffo ed iperattivo, nel momento della tempesta di piombo si mobilita energicamente alla Danny Lee tra sotterfugi vari. Bowie impersona, ciò che secondo me, rappresenta il declino del poliziesco hongkonghese: non più interessato all'ordine, ma alla fuga per una vita migliore. Linda e Andy aspiranti cadetti che amano giocare con il fuoco e finiscono feriti dal fuoco. Sceneggiatura che purtroppo non ha lasciato spazio ai co-protagonisti tranne per Anthony, dove non subisce alcuna caratterizzazione; budget davvero risicato a disposizione, tanto che per le volanti hanno dovuto replicare alcune scene per far sembrare che il luogo circondato fosse davvero folto di poliziotti. Non delude la fotografia con alcuni piani sequenza, angoli olandesi, moviole ed un'elegia alla movida notturna di Hong Kong con i suoi neon; accompagnati da un montaggio ben coordinato al tutto e da una colonna sonora funky colma di suspense ed adrenalinica. Completano il pacchetto le scene d'azione, ingegnose ed insolite.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!
Deloris Van Cartier (interpretata da Whoopi Goldberg) è una cantante di un night club coinvolta in una relazione pericolosa con il boss Vincent LaRocca. Una sera, decisa a lasciarlo lo affronta, ma finisce per essere testimone di un omicidio.
Il tenente Eddie Sauter, per proteggerla, decide di trasferirla in un convento a San Francisco dove la donna dovrà fingersi suora. Dopo aver ricevuto il nome di suor Maria Claretta, inizia così la sua nuova vita, nella quale fatica ad adattarsi anche a causa dei battibecchi con la madre superiora (interpretata da Maggie Smith).
Poco a poco, però, fa amicizia con le altre sorelle e diventa direttrice del coro trasformandolo in un successo capace di attirare folle di fedeli. Questa nuova popolarità, però, rischia di mettere in pericolo la sua copertura.
Sister Act è una commedia musicale brillante che unisce momenti di comicità e sincera emozione. Whoopi Goldberg ci regala un’interpretazione carismatica e irresistibile, capace di far ridere certo ma anche di commuovere, mentre Maggie Smith, offre un perfetto contrappunto con il suo ruolo severo e raffinato.
La colonna sonora con i brani corali reinterpretati in chiave gospel e pop, è uno degli elementi più riusciti del film e contribuisce a renderlo indimenticabile. A distanza di anni, rimane un film capace di divertire e trasmettere energia positiva, con un messaggio universale sull’amicizia, la solidarietà e il potere della musica di unire le persone.
Studio: Mappa [ hanno fatto Jujutsu Kaisen, Chainsaw Man e Vinland Saga]
Maboroshi ci trasporta in una piccola provincia Giapponese dove, subito all’inizio del film, subisce una catastrofe.
Tutto inizia dopo un grave incidente in un’acciaieria a Mifuse, in Giappone. Questo evento catastrofico ha fatto in modo che delle misteriose crepe comparissero nel cielo della città e ha dato vita a dei fumi a forma di lupo, che di tanto in tanto sigillano queste crepe. Tutto è immutato in questa città dove nessuno può più crescere e dove non si può neanche fuggire.
Masamune Kikuiri sarà il nostro protagonista. Il quale all’età di 14 anni inizierà a provare dei sentimenti d’amore nei confronti della sua compagna di classe Mutsumi Sagami. Ma solo dopo aver conosciuto una ragazzina misteriosa tenuta nascosta nell’acciaieria, Itsumi l’equilibrio della città inizierà a cambiare, distruggendo a poco a poco quel mondo illusorio nel quale la città è rimasta bloccata.
Quest’opera ha molte metafore e significati. L’opera stessa sottolinea molto l’orizzonte illusorio tra un mondo che non esiste più e la modernità. Poi abbiamo la tematica dell’amore che è fondamentale per il cambiamento radicale dei personaggi. Ed infine ci invita a riflettere sulla complessità delle relazioni umane perché è grazie a questo che una situazione apparentemente immutabile, si sblocca.
A 30 anni dalla messa in onda del primo episodio di City Hunter, il nostro Ryo Saeba fa' un ritorno emozionante e nostalgico sul grande schermo.
Ai Shindo, decide di chiedere aiuto al grande e misterioso City Hunter, tramite la bacheca della stazione di Shinjuku con il suo codice segreto "XYZ". Si scoprirà poco dopo che la ragazza è in serio pericolo ed essendo anche una bellissima donna, il nostro Ryo accetterà l'incarico. A complicare il tutto però, ci sarà una vecchia conoscenza di Kaori, l'assistente di Ryo che cercherà di mettersi di mezzo tra i due. Secondo voi ci riuscirà?
La forza di questo film è sicuramente il legame profondo dei personaggi. Sappiamo già con certezza che lo stallone di Shinjuku, mentre ci proverà con tutte le donne che incontra, si beccherà le micidiali martellate di Kaori per raffreddare i suoi bollenti spiriti. Logicamente non possono mancare Umibozu (ossia Falcon), ex-nemico di Ryo e Miki. Entrambi ex-mercenari che oltre ad aiutare i nostri protagonisti, hanno anche un lavoro di copertura al "Cat's Eye".
Vi ricorda qualcosa, questo nome? Ebbene sì, come special guest avremo le bellissime ladre di "Occhi di Gatto": Sheila, Katy e Tati (in originale Hitomi, Rui e Ai). Per chi non lo sapesse, anche quella è un'opera di Tsukasa. Altra cosa da notare è che la città di Shinjuku, in questo film ha molti dettagli moderni, inseriti in modo tale da farci intendere che nel mondo di City Hunter è arrivata la modernità presente nella nostra realtà (architettura avanguardista, smartphone, IA...).
In conclusione, nonostante sia bene o male la forma classica di City Hunter con qualche piccola novità, non ha perso il suo smalto e funziona tutt'oggi.
Ryo Saeba (Hunter nella versione italiana per le prime due stagioni), giustiziere metropolitano combatte il crimine nell'ombra assieme al suo migliore amico, nonché collega Hideyuki Makimura (Jeff Mancinelli) a Shinjuku, in Giappone.
Il duo durerà poche puntate, perché Hideyuki verrà tolto di mezzo proprio nel compleanno di sua sorella Kaori Makimura (Kreta Mancinelli). Kaori deciderà di sua spontanea volontà di aiutare Saeba nel suo lavoro. E così il sensei Hojo da' inizio a una delle serie più iconiche degli anni '80. Man mano che si procede con la storia, il legame tra i due si rafforza, nonostante Ryo sia un pervertito incallito e il martello di Kaori dovrà metterlo in riga continuamente, permettendo soprattutto a Kaori di divenire una donna forte e sicura di sé.
Oltre a loro abbiamo la bella poliziotta Saeko (Selene) che ingannerà in tutti i modi Ryo, sfoderando i suoi assi nella manica per concludere alcuni dei suoi casi. Il muscoloso e forzuto Umibozu (Falcon) che avrà sempre quel rapporto amico/nemico con il protagonista e molti altri personaggi, con le loro personalità ben definite e mai banali.
Ma poi, che tipo di clienti ha Saeba? Beh, per la "gioia" di Kaori, Ryo accetta quasi sempre solo incarichi dalle belle donne, dimostrando loro sia il lato "mokkori" (ovvero da pervertito) e sia il lato da sweeper professionista. Oltre alle ambientazioni disegnate e bene rifinite, quest'opera è comica, ma anche profonda. Anche la colonna sonora è fatta molto bene e logicamente in stile anni '80.
Voto:9/10
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City Hunter: Angel Dust data di uscita giapponese: settembre 2023 data di uscita italiana: febbraio 2024
genere: azione, commedia, crime, poliziesco
opera di Tsukasa Hojo
City Hunter: Angel Dust è il seguito diretto di Private Eye, dove finalmente sono stati piantati i semi per il gran finale dell'opera. Rispetto all'opera precedente, che è letteralmente un ritorno ben accolto al mondo di City Hunter, questo è chiaramente il primo tassello per il finale. Finale che i fan attendono ormai da ben 38 anni!
Ryo Saeba e Kaori Makimura accettano la richiesta di una certa Angie che è alla ricerca del suo gattino. Nessuno poteva immaginare che questa vicenda porterà il nostro sweeper a scontrarsi con il suo tormentato passato, dandoci finalmente qualche informazione in più a riguardo. Grazie ad Angie, la maschera da mattacchione di Saeba, incallito a nascondere sia i suoi segreti più profondi e sia i suoi veri sentimenti per Kaori, inizierà a crollare.
Quest'opera, oltre ad avere le caratteristiche già decantate nelle precedenti recensioni, ha anche una componente fantascientifica. Infatti si parlerà di supersoldati, armi di distruzioni di massa, nanomacchine, etc... anche qui abbiamo delle apparizioni alquanto interessanti, ossia le ladre di "Occhi di Gatto", come nel precedente film e un'altra banda famosissima che evito di spoilerare. Non mancheranno gli alleati storici del nostro Ryo e si tornerà anche a parlare di Hideyuki.
Regia: Ryuichi Takamori Sceneggiatura: Makoto Naito, Chiho Katsura, Sadao Nakajima Produttore: Tatsuo Honda, Kimihiko Sato Casa di produzione: Toei Paese di produzione: Giappone Distribuzione: Toei Fotografia: Kiyoshi Kitasaka, Atsushi Ogawa Montaggio: Isamu Ichida Musiche: Yasuori Tsuchida Costumi: Takeshi Yamazaki --- Data di rilascio: 7 novembre 1981 A distanza di numerose ere geologiche torniamo a parlare di Takamori, che come sempre lo avevamo lasciato con una mia esplicazione piuttosto scrausa. Inizia a lavorare per la Toei dal 1957, dopo essersi laureato in lettere, come assistente alla regia. Si prese un anno e mezzo di pausa a causa di una tubercolosi polmonare, ma non si arrese ed esordì nel 1964 con il dramma romantico di "Here Because of You", per poi dirigere un giovane Sonny Chiba ed il suo pupillo Hiroyuki Sanada nel ninkyo eiga di "Game of Chance" (1967): un successo tale da generare altri due seguiti. Lo dirige nuovamente agli inizi degli anni '70 con la saga del "poliziotto yakuza" e della "guardia del corpo", fino al suo ritiro in ambito televisivo fino al termine della sua carriera nel 2006. Passa a miglior vita nel 2011, all'età avanzata di 86 anni.
Daisuke Kamikaze (Sonny Chiba), ex-atleta olimpico che rappresentava il Giappone ed ora membro dell'Università di Tozai, trascorre le sue giornate a bordo del suo biplano: un giorno il suo velivolo ha un guasto e si schianta. L'impatto terrorizza l'aspirante fantina Kei (Kumiko Akiyoshi), ma Daisuke riesce a sopravvivere. Una volta licenziata Kei per avere ferito il suo cavallo, all'Università scoppia uno scandalo dovuto all'uso di finanziamenti illeciti per avere favorito alcuni suoi membri. Tra questi membri viene espulso Aki (Hiroyuki Sanada), assieme a Daisuke. Entrambi decidono di escogitare un colpo per recuperare i fondi illeciti, ed allo stesso tempo si fionda una potente yakuza...
Spettacoli pirotecnici in un bighellonare così vasto da raggiungere tranquillamente i livelli di un kolossal (ma a basso costo), con la performance del duo Sonny-Hiroyuki che lascia spazio a qualche lacrima nella durata della pellicola: soprattutto la scena in cui saltano nell'appartamento di Sonny è una delle sequenze nella quale Hiroyuki lo ricorderà con affetto per il divertimento genuino. Il film sfrutta numerose volte la trama, come scusa per portare il nostro trio in sequenze d'azione esplosive in luoghi da cartolina, soprattutto nel finale ambientato nell'isola abbandonata di Hashima. Consiglio caldamente a voi lettori di disattivare il cervello e di godervi fino all'ultimo fotogramma il film, ci saranno risate e momenti seri, perfettamente alternati alla Wong Jing e senza sfociare nella parodia. Il montaggio è la vera spina dorsale della pellicola, veloce e ben congegnato; a livello fotografico è puro binomio pastelli-alta luminosità, come nel guardaroba dei personaggi; musica perfetta per godersi l'intero viaggio con il trio, incalzante.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!