lunedì 24 febbraio 2020

Los Ultimos Golpes de "El Torete" (Gli Ultimi Colpi di "El Torete") - 1980

Anno: 1980
Regista: José Antonio de la Loma
Casa di produzione: Zodiaco Films
Paese di produzione: Spagna

CAST
Angel Fernandez Franco: El Torete
Bernard Seray: El Vaquilla
Berta Cabré
Isabel Mestres
Fernando Guillén
Simòn Andreu
Pepa Palau

ATTENZIONE: SPOILER!

Siamo arrivati al finale della trilogia di José Antonio de la Loma, però con un film autobiografico sul Vaquilla e sul Torete, due delinquenti realmente esistiti.
Concludiamo con onore questa trilogia, mai uscita dai confini spagnoli.

Siamo nel 1980, dove il filone del poliziesco all'italiana era vicino all'esaurimento totale, data la mancanza di idee per farlo continuare, dato che molti registi dell'epoca erano concentrati sulle commedie, piuttosto che su tale genere. Stelvio Massi continuò il suo getto continuo, fregandosene altamente della qualità dei suoi films: un esempio fu Speed Driver e Speed Cross, ma non manca un'opera che rimane ben salda alla qualità del genere, come Poliziotto Solitudine e Rabbia. Il 97% dei registi, in quest'epoca, producevano polizieschi low-budget... basti vedere i films di Alfonso Brescia, sempre se siete pronti mentalmente a vedere il trash delle sue pellicole, piene di pezzi presi da altri films del genere...
Nel frattempo, in Spagna nasce il cine quinqui, ovvero un genere basato sulla delinquenza minorile, a causa del ceto bassissimo in cui vivevano, costretti a delinquere per mangiare e avere un tetto su cui vivere. Il regista Loma cercò di puntare gli occhi della società dell'epoca su questo problema piuttosto grave, riuscendoci con successo.

Il film si apre con l'incontro del Torete con il Vaquilla, mentre rapinano una banca.
Entrambi uniscono le forze e conducono una vita criminale, piena di rapine, inseguimenti e saccheggi. Più tardi riescono ad avere un lavoro, ovvero lavorare come meccanici di automobili e, successivamente, piloti di automobili, ma per poco tempo.
Proseguono la loro vita da criminali, e lungo la strada vengono inseguiti dalla polizia, svolgendo un inseguimento spettacolare, con acrobazie da levare il fiato!
Nel frattempo, interviene una conduttrice radiofonica di nome Begona (Isabel Mestres) che si affida a loro, e tiene un discorso istruttivo sulla trasmissione, raccontando come i giovani delinquenti siano figli di famiglie povere, ma rette durante il boom industriale degli anni '60, stabilendosi nei sobborghi periferici, costruiti da uno Stato benefattore.
Quindi, il Vaquilla viene arrestato dalla polizia, ma El Torete lo aiuta a fuggire.
Più tardi, il Torete si innamora di Berta (Berta Cabré), la ragazza di Vaquilla e ne conseguono problemi. Successivamente, vanno in un villaggio dei Pirenei, dove appare un giornalista, che scriverà un reportage sulla loro vita.

Nel film abbiamo di tutto: azione, erotismo, gare automobilistiche, sfruttamento e sensazionalismo che minano la verosimiglianza di questi due criminali.
Lo stile di Loma riesce a farsi sentire, data l'urbanità realistica, nonché nell'atmosfera e di prendere posizione a favore delle persone emarginate dalla società di allora.
Il passare del tempo non ha avuto pietà nella maggior parte dei film quinqui, ma hanno rappresentato un tempo e uno stile di vita nella storia della Spagna, e ora possono sembrare un po' ingenui. Un'ottima occhiata alla vita giovane e all'amicizia nella parte marginale consente alla storia di fluire in modo efficiente e di essere realizzata in un modo realistico, ma a volte manca di credibilità.
La sceneggiatura di Loma è forte, ricca di eventi spiacevoli, tra cui nudismo e scene violente, anche condite con un po' di ingenuità e di brevi momenti comici.

Anche questo film della trilogia non uscì dai confini della Spagna. Ma almeno rimane un documentario della Spagna in "transizione" dalla dittatura franchista alla Spagna monarchica democratica, mostrando come si viveva all'epoca.
Se siete degli aspiranti criminologi, è obbligatorio guardarsi tutta la trilogia di Loma.
Pietra miliare dei films sul crimine di strada.

E' stato un onore recensire l'intera trilogia di Loma, quasi invisibile in Italia e in Europa.
E, comunque, ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

Perros Callejeros II: Busca y Captura (Cani Randagi II: Cerca e Cattura) - 1979

Anno: 1979
Regista: José Antonio de la Loma
Casa di Produzione: Zodiaco Films
Paese di produzione: Spagna

CAST
Angel Fernandez Franco: El Torete
Teresa Giménez: Charo
Reyes Poveda: Tony
José Febles: El Chino
Raul Ramirez: Fernando
Agusti Villaronga: Vicente
Pep Corominas: El Pijo
Verònica Miriel: Verònica
Bernard Seray: El Vaca
Florencio Calpe: El Juez
César Sanchez: El Choto
Carlos Lucena: Inspector Jefe
Isabel Mestres: Mari Carmen
Amparo Moreno: La Fina
Grace Renat: La Chelo

ATTENZIONE: SPOILER!

Secondo film della trilogia di José Antonio de la Loma, ancora più forte del primo, che stavolta si concentra sul lato drammatico della vita di questi delinquenti da strada.
Partiamo subito, senza nessun indugio.

Siamo nel 1979, dove il nostro genere è vicino al suo esaurimento, dato che registi come Stelvio Massi giravano a getto continuo, non curandosi di come sarebbero potuti uscire i suoi films (Speed Driver e Speed Cross rappresentano la caduta di stile del regista). Umberto Lenzi creò l'ultima opera di questo genere: Da Corleone a Brooklyn (1979), e Castellari fece uscire l'ultima opera del genere l'anno dopo, con Il Giorno del Cobra (1980).
Nel frattempo, in Spagna nasceva il cine quinqui, che, come già citato in una recensione precedente, è un genere che si basa su dei giovani delinquenti provenienti da una bassissima classe sociale, che cercano in ogni modo di farsi una vita migliore, non fermandosi davanti a nulla. Neanche su omicidi, scippi e sparatorie.

Un poliziotto di nome Fernando, prova molto rancore verso El Torete, dato che il ragazzo lo investì con un auto, lasciandolo zoppo.
Così, El Torete viene accusato ingiustamente di aver partecipato all'omicidio di un impiegato di un distributore di benzina, per poi essere condotto in carcere.
Dalla prigione, anche grazie ai suoi amici, ricostruisce i fatti che poi saranno il suo alibi; ma dovrà subire le conseguenze della vita carceraria nel carcere di Barcellona (La Modela), anche un terribile ammutinamento.

Povertà, miseria e discriminazione possono essere osservati insieme alla prostituzione e alla vita dietro alle sbarre d'acciaio. Questo film è abbastanza brutale e ha uno sguardo molto esplicito sulla realtà che la società sia di ieri che di oggi, ignora completamente.
José Antonio de la Loma riprende le caratteristiche del primo film della trilogia: inseguimenti, gare automobilistiche, sparatorie, cazzotti e scazzottate. Ma gli scenari e la violenza del film aumentano a dismisura, e ciò non migliora la qualità della pellicola.
Se vi piace il genere musicale cubano della rumba, è obbligatorio ascoltare la canzone sui titoli di coda del film, denominata Soy un Perro Callejero.

Questo piccolo capolavoro del cinema spagnolo non è mai uscito dai suoi confini, ma almeno abbiamo avuto l'onore di recensirlo in lingua italiana.
Se avete uno stomaco robusto, vi consiglio la visione del film, data la pesantezza di alcune scene...
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

Perros Callejeros (Cani Randagi) - 1977

Anno: 1977
Regista: José Antonio de la Loma
Casa di produzione: Zodiaco Films
Paese di produzione: Spagna

CAST
Angel Fernandez Franco: El Torete
Nadia Windell: Isabel
Christa Leem: La Merche
Miguel Ugal Cuenca: El Pijo
Jesùs Miguel Martinez: El Corneta
Cesar Sanchez: El Fittipaldi
Francisco Javier Sanchez: El Chungo
Basilio Fernandez Franco: El Cornetilla
Miguel Angel Hernandez: El Bocas
Luis Martinez: El Mosque
Manuel Sanchez: El Piruli
Victor Petit: Manolo
Frank Brana: El Esquinao
Xabier Elorriaga: Padre Ignacio
Juan Patino: Inspector Soto

ATTENZIONE: SPOILER!

Ho deciso di dare una ventata di aria fresca al blog, recensendo un film prodotto all'esterno del nostro Paese, nella terra della SEAT e della cucina colorita, ovvero la Spagna.
Questo film ha lanciato il filone del cine quinqui, ovvero il racconto delle vicende e delle avventure dei delinquenti di classe sociale molto bassa, sempre giovani o molto giovani, che si sono resi famosi per i crimini che hanno commesso.
Andiamo con ordine, prima di evitare di farmi rubare l'auto da certe persone...


Siamo nel 1977, dove il nostro genere si ritrova ben conservato per la capacità di attori come Maurizio Merli e Luc Merenda, mentre in Spagna abbiamo la nascita di un genere realistico, basato su fatti realmente accaduti: il già citato cine quinqui, parte di una trilogia diretta e scritta dal regista José Antonio de la Loma, che terminerà nel 1980.


Dalla periferia più povera e socialmente bassa della Spagna, arriva El Torete: cercando una vita migliore e lottando per la libertà nel miglior modo possibile, non si fermeranno davanti a nulla per sfuggire agli orrori della realtà. 
Furti di auto, furti di borse, rapine a mano armata, rotture e inseguimenti automobilistici spettacolari da parte della polizia sono rappresentati in un modo spettacolare e scioccante.

Questo film contiene una questione molto seria, che è rimasta immutata sino ai nostri giorni: il crimine di strada, qui rappresentato nel modo più realistico possibile
Il film stesso si regge su dei fatti realmente accaduti, in quanto il protagonista Angel Fernandez Franco passò a miglior vita nel 1991 a causa dell'AIDS; contratto a causa della sua addizione alla droga. Come si è visto nel film, ha un talento naturale nel recitare, rendendo ancora più realistica la pellicola, senza paura della macchina da presa e del personaggio. Da notare anche la colonna sonora del film, in cui vi sono temi musicali presi da films italiani come La Polizia Ringrazia (1972), La Polizia Interviene: Ordine di Uccidere! (1975) e Morte Sospetta di una Minorenne (1975). 


"Il problema esiste, è qui, e non possiamo voltargli le spalle."
Frase detta all'apertura del film, che rappresenta il sensazionalismo realistico della pellicola.

Fortunatamente approdato (quasi inosservato) nelle sale italiane nel 1982, ma se avete una buona padronanza dello spagnolo, potete guardarvelo tranquillamente.
Vi consiglio la visione del film, se siete interessati a capire da dove nasce la delinquenza minorile. 
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

domenica 23 febbraio 2020

Quelli della Calibro 38 - 1976

Anno: 1976
Regista: Massimo Dallamano
Casa di produzione: European Inc.
Paese di produzione: Italia

CAST
Marcel Bozzuffi: commissario Vanni
Riccardo Salvino: Nicola Silvestri
Ivan Rassimov: il Marsigliese
Francesco Ferracini: Franco Lubrano
Fabrizio Capucci: Ciro
Armando Brancia: questore
Giancarlo Bonuglia: commissario Petrucci
Carole André: Sandra
Dino Emanuelli: Mezzacicca
Eolo Capritti: Nistri
Antonio Marsina: il biondo

ATTENZIONE: SPOILER!

L'ultimo film diretto dal regista, già autore di La Polizia Chiede Aiuto (1974), che il 4 novembre dello stesso anno morì in un incidente stradale.
Andiamo insieme con il nuovo nucleo della polizia, armato con delle calibro 38.


Siamo nel 1976, dove il genere tocca il suo massimo splendore. Martino Girolami (aka Franco Martinelli), Umberto Lenzi, Fernando Di Leo, Enzo G. Castellari producono opere che godranno di un successo senza tempo, riuscendo a sopravvivere anche alla crisi del cinema di genere italiano del 1989, anche con i tempi che corrono.
Ma c'è un regista che si proclama fuori dal coro: Massimo Dallamano. Oltre al poliziesco all'italiana, girò anche due polizieschi situati a Londra, Cosa Avete Fatto a Solange? e Si può Essere più Bastardi dell'Ispettore Cliff?.

Durante una retata notturna nei pressi della città di Torino, il commissario Vanni fredda un mafioso, che si rivela essere il fratello di un altro mafioso, conosciuto come il Marsigliese.
Questi, per vendicarsi, eliminerà la moglie del commissario, davanti agli occhi del figlio. Bel modo per avere un trauma già alla tenera età di 10 anni, no? Il funzionario ottiene dal questore di formare e di essere messo a capo di una squadra speciale, composta da superagenti armati di calibro 38, per combattere il crimine, progetto da tempo coltivato dallo stesso Vanni. Durante le loro azioni, si trovano ad indagare sul furto di un grosso quantitativo di dinamite, dietro il quale vi è il Marsigliese, il cui piano è quello di condurre un ricatto, minacciando di organizzare attentati dinamitardi in città. Finirà freddato anche lui da Vanni all'aeroporto di Torino, liberando il piccolo ostaggio che aveva con sé, terminando il tutto con una musica depressiva.

Film che si regge sulla pirotecnicità. Le stragi effettuate dal Marsigliese non sono né nere e né rosse: gesti abominevoli di un criminale. 
Contribuiscono al successo del film, le bellissime scene acrobatiche, dirette dallo stuntman Sergio Mioni e la sua spericolata équipe, insieme al ritmo ferratissimo. E finito il terreno fisico per altre scene d'azione, si sono armati di forbici e hanno scopiazzato il celeberrimo spot pubblicitario della FIAT 127 con a bordo Rémy Julienne, datato 1971... 


Il film passò nei Paesi anglofoni con un titolo che azzeccava in pieno la trama: Colt 38 Special Squad. E' anche reperibile nei Paesi francofoni, con il titolo di Section de Choc.

Una spettacolarizzazione dell'intero genere, adatto per chi ama le scene d'azione.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

Paura in Città - 1976

Anno: 1976
Regista: Giuseppe Rosati
Casa di produzione: Triomphe Film
Paese di produzione: Italia

CAST
Maurizio Merli: commissario Mario Murri
James Mason: il Questore
Raymond Pellegrin: Alberto Lettieri
Franco Ressel: procuratore Lo Cascio
Silvia Dionisio: Laura Masoni
Fausto Tozzi: maresciallo Esposito
Cyril Cusack: Giacomo Masoni
Tino Bianchi: superiore di Masoni, alle ferrovie

ATTENZIONE: SPOILER!

Rosati, del quale non si conosce praticamente nulla, inizia la sua carriera come assistente alla regia nel 1966 con "Delitto d'Amore"; per poi esordire come regista e sceneggiatore due anni dopo con lo spionistico di "Scacco Internazionale" (1968). Dopo avere provato a sfondare nel western all'italiana di "Campa Carogna... la Taglia Cresce" nel 1973, si fionda nel poliziottesco/giallo fino al termine della sua carriera. Lascia definitivamente il cinema come regista nel 1978 e come sceneggiatore nel sconosciuto "Con la Zia Non è Peccato" nel 1980.

Nella città di Roma, 12 detenuti, capeggiati dall'omicida Alberto Lettieri, evadono dal carcere di Regina Coeli. Il caso viene affidato al commissario Mario Murri, richiamato a Roma apposta. 
Murri, che ha perso moglie e figlio a causa della banda di Lettieri, scopre interrogando Laura, la giovane nipote di Giacomo Masoni, ex-responsabile di un settore ferroviario e costretto da Lettieri ad evadere insieme a lui, una pista capace di condurlo al criminale. Con ogni probabilità, il bandito si servirà di Giacomo per assaltare un convoglio ed impadronirsi di un carico di banconote, destinate al macero, per un valore di alcune decine di miliardi di Lire, che un treno porterà da Milano a Roma.

Dialoghi fumettistici come il film stesso, realizzato solamente sull'onda del successo di Merli. Rosati tenta la critica alla società dell'epoca, ma il tutto viene letteralmente azzoppato dai clichés del poliziottesco... l'eroe solitario più giustiziere che commissario, impegnato a fare la guerra con la città. Nonostante le palesi falle, codesto salvagente si tiene a galla (malapena) più per le scene d'azione ridotte all'essenziale e dalla discreta colonna sonora di Chiti ad alta tensione (che nella disastrosa """""Banda Vallanzasca"""" darà il suo meglio). Non delude la fotografia atta ad illustrare il variegato guardaroba del cast ed il chiaroscuro per dimostrare che nelle ombre possono avvenire fatti roventi... nulla di interessante a livello del montaggio. Passabile e dimenticabile prodotto, nel complesso insipido.

Visione consigliata a chi è un accanito appassionato del genere... sconsigliato a chi cerca un prodotto interessante del genere.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

lunedì 17 febbraio 2020

La Polizia è al Servizio del Cittadino? - 1973

Anno: 1973
Regista: Romolo Guerrieri
Casa di produzione: Capitol
Paese di produzione: Italia

CAST
Enrico Maria Salerno: commissario Nicola Sironi
Giuseppe Pambieri: vice-commissario Martino
John Steiner: sicario di Brera
Daniel Gélin: Pier Paolo Brera
Cinzia Bruno: Cinzia
Venantino Venantini: Pino Mancinelli
Stella Carnacina: complice di Brera
Memmo Carotenuto: il barone
Gabriella Giorgetti: Eros, la prostituta
Claudio Nicastro: commissario capo
Tino Bianchi: questore
Alessandro Momo: Michele Sironi

ATTENZIONE: SPOILER!

Denuncia esplicita del meretricio che favorisce la crescita della malavita organizzata nelle grandi città italiane, ma affrontata superficialmente.
Andiamo a servire con ordine.

Siamo nel 1973, in un'epoca dove il cinema italiano aveva assistito a delle opere capaci di fare tabula rasa del poliziesco all'americana, come La Polizia Ringrazia e Milano Calibro 9, e di spiegare in maniera esplicita la strategia della tensione con Milano Trema con Luc Merenda.
Incominciavano a farsi sentire le violenze fasciocomuniste, così come i tanti lavoratori che auspicavano a uno Statuto dei Lavoratori, e un tentato golpe fascista nel 1972 con Avanguardia Nazionale, in un'Italia bloccata nelle norme democratiche della polizia ed impossibilitata ad agire sparando un qualsiasi colpo di pistola.
Vi informo che l'autore delle musiche è Luis Bacalov, già maestro della colonna sonora di Milano Calibro 9.

Genova. In seguito alla brutale uccisione di un tale Albini, avvenuta al porto, le indagini del commissario Nicola Sironi, separato dalla moglie e inviso al figlio, giovane militante della sinistra extra-parlamentare, inducono alla scoperta di un racket mafioso che regola i prezzi nei mercati all'ingrosso del capoluogo ligure, taglieggiando ed intimidendo i venditori al dettaglio. I tentacoli della mafia si infiltrano dovunque...
Sironi entra in contatto con Pino Mancinelli, una sua vecchia conoscenza, che si occupa di prostituzione e che mostra reticenza alle domande del commissario, per timore di ritorsioni. Convocato in Questura con altri sospettati, Mancinelli viene tratto in inganno da Sironi, facendo credere agli altri presenti che egli stia collaborando. Le informazioni sono fornite  da un vecchio scassinatore soprannominato "il barone", parlando di una banda capeggiata da un tale Scalise, che sequestrano ed eliminano Mancinelli, defenestrandolo.
Scalise, con il quale Sironi ha un duro faccia a faccia ai magazzini generali, diviene a suo tempo bersaglio dei vertici dell'organizzazione criminale, per essere brutalmente giustiziato da dei sicari, per timore che egli possa farne i nomi. 
La prossima vittima è un negoziante che oppostosi al racket, denunciando gli estorsori. Sironi viene a scoprire che il capo della mafia portuale è un insospettabile industriale e proprietario di giornali, l'ingegner Pier Paolo Brera, ma l'operato del commissario è vanificato dall'omertà, dalla sistematica eliminazione dei probabili testimoni, dalla corruzione di alcuni poliziotti tra cui il suo vice-commissario Martino, nonché dell'ignavia dei suoi superiori, preoccupati della loro posizione.
Martino tenta di riscattarsi, tendendo una trappola al capo del racket, registrando una sua telefonata compromettente, ma verrà ucciso a sua volta. Nel frattempo, qualcuno provvede negli uffici della polizia a far sparire i nastri che avrebbero incastrato Brera. 
Sironi, impossibilitato ad agire e posto davanti all'alternativa tra dimissioni e trasferimento, decide di farsi giustizia da solo, sequestrando il boss e facendolo travolgere da un treno in corsa.

Questo film rappresenta la media del genere all'italiana: di arresti nemmeno l'ombra, ma ampio spazio alla repressione. 
La vicenda è leggermente poco realistica, che si riflette nella perdita di vitalità agli accenti polemici, scaduti in una serie di luoghi comuni. I pregi si possono individuare nel ritmo incalzante del regista e nella furiosa interpretazione di Salerno. Anche qui ritorna utile l'esempio di Napoli Spara!, dato che la violenza esplode incontrollata per le strade di Genova.


La presenza di Enrico Maria Salerno è il biglietto da visita della pellicola.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

domenica 16 febbraio 2020

L'Istruttoria è Chiusa: Dimentichi - 1971

Anno: 1971
Regista: Damiano Damiani
Casa di produzione: Fair Film
Paese di produzione: Italia

CAST
Franco Nero: Vanzi
Georges Wilson: Campoloni
John Steiner: Biro
Riccardo Cucciolla: Pesenti
Ferruccio De Ceresa: direttore del carcere
Luigi Zerbinati: Zagarella
Enzo Andronico: avvocato di Pesenti
Claudio Nicastro: Salvatore Rosa
Corrado Solari: Crotta

ATTENZIONE: SPOILER!

Quando si parla di poliziottesco all'italiana, è d'obbligo menzionare quel genio incompreso di Damiano Damiani, già autore di Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto (1970), già autore di un Oscar al miglior film straniero.
Ma andiamo con ordine, prima di essere felice di recensire un suo film.

Siamo nel 1971, dove il cinema italiano ha già subito un leggero picco dei polizieschi nel 1968, grazie al documentario di Carlo Lizzani sulla banda Cavallero, che insanguinò le strade di Milano ad inizio autunno 1967. Così il filone riesce a sopravvivere grazie al dramma politico di Damiano Damiani, riuscendo a trovare l'anno seguente la completa indipendenza dal poliziesco all'americana, con La Polizia Ringrazia di Stefano Vanzina.

In attesa di un giudizio, l'architetto Vanzi finisce in prigione con l'accusa di omicidio colposo e omissione di soccorso, in seguito a un incidente stradale. 
Una volta dentro vivrà sulla propria pelle l'esperienza del carcere, dovendosi districare tra i metodi repressivi delle guardie, la violenza dei compagni di cella e le amicizie sincere e non. Finirà coinvolto in un complotto ai danni di un testimone scomodo alla criminalità organizzata, fatto passare per suicidio, con la complicità delle guardie.
Per qualche tempo, Vanzi tenterà di far conoscere la verità, ma alla fine, rendendosi conto che la propria liberazione è condizionata dall'acquiescenza, finirà con l'avvallare la tesi del suicidio del compagno di cella.

La trama di Damiani si sviluppa all'interno di una prigione (non un poliziottesco, ma un dramma carcerario) in cui un uomo innocente viene trattenuto con l'accusa di omicidio e sarà costretto a cambiare le sue convinzioni ed adattarsi alle dure leggi del carcere. 
Praticamente è una metafora della nostra società, in cui le scelte di agire, secondo la morale, arrivano spesso a un prezzo che non potremmo essere pronti a pagare. Alla fine, la scelta più facile è "dimenticare". Inevitabilmente, i pochi coraggiosi che scelgono di stare dalla parte giusta, si ritroveranno soli e ne pagheranno il prezzo.


Riassunto delle gravi situazioni sociali di quel periodo storico. A metà strada tra il non troppo complicato e non troppo facile.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

lunedì 10 febbraio 2020

Napoli Spara! - 1977

Anno: 1977
Regista: Mario Caiano
Casa di produzione: Capitolina
Paese di produzione: Italia

CAST
Leonard Mann: commissario Antonio Belli
Henry Silva: Salvatore Santoro
Massimo Deda: Gennarino
Jeff Blynn: Salvatore Guidi
Tino Bianchi: Don Alfredo Criscuolo
Evelyn Stewart: Lucia Parise
Enrico Maisto: Ferdinando Licata
Tommaso Palladino: Vincenzo Calise

ATTENZIONE: SPOILER!


La quadrilogia poliziottesca di Mario Caiano



Siamo nel 1977, in un'epoca dove il cinema italiano aveva visto l'apice del genere poliziottesco, date le violenze fasciocomuniste dell'epoca e il cinema di genere italiano ai massimi livelli (che alla fine degli anni '80 finirà in crisi a causa della massiccia diffusione delle televisioni, svuotando il pubblico delle sale cinematografiche), che era la 2° economia cinematografica al mondo, dopo gli Stati Uniti.

A Napoli, il giovane commissario Antonio Belli, nonostante la buona volontà e l'appoggio di una squadra speciale, non riesce ad arrestare il bandito Salvatore Santoro, sicuro della protezione del padrino Don Alfredo Criscuolo, boss della camorra che gestisce tutti i mercati di droga della città. 
Neanche il tentativo di mettergli contro una banda rivale conduce a migliori risultati, e Santoro e i suoi continuano a mettere a segno diversi colpi e a spargere il terrore in città. Catturato, evade nuovamente e questa volta il commissario lo incastrerà definitivamente alla Stazione di Napoli...

Trama che non introduce nulla di nuovo nel campo del poliziottesco, ma il film stesso non mancherà di soddisfare gli appassionati del genere: azione, sangue, sparatorie, inseguimenti con una colonna sonora orchestrata da un De Masi in stato di grazia. 
Montaggio veloce e scorrevolissimo. Per tentare di addolcire l'atmosfera della pellicola, il regista si è giocato la carta di Gennarino, noto per essere un astuto campione della genialità partenopea per la sopravvivenza (soprattutto quando salva il commissario da morte certa con la sua Alfa Romeo 1750!), anche mentre era in compagnia di Betti nel film di Lenzi. Pellicola che inevitabilmente sfiorerà il sadismo puro in diverse occasioni che ho difficoltà a descrivere, tipo un camion che colpisce una famiglia in viaggio e la porterà alla morte... servono altri esempi? 



Il film passò all'estero con un titolo anglofono che colpisce in pieno il nocciolo della trama: le armi usate in modo violento, Weapons of Death. Verso la Francia, il film uscì con il titolo di Assault Sur la Ville (ovvero Assalto alla Città), che c'entra ben poco col film.

Andatelo a vedere, merita di essere visto per l'ingegno e la costante azione. AVANTI!
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

venerdì 7 febbraio 2020

La Mano Spietata della Legge - 1973

Anno: 1973
Regista: Mario Gariazzo
Casa di produzione: Difnei Cinematografica
Paese di produzione: Italia

CAST
Philippe Leroy: commissario Gianni De Carmine
Silvia Monti: Silvia
Klaus Kinski: Vito Quattroni
Fausto Tozzi: Nicolò Patrovita
Tony Norton: commissario D'Amico
Guido Alberti: professor Palmieri
Pia Giancaro: Lilly Antonelli
Rosario Borelli: Salvatore Perrone
Marino Masè: Giuseppe Di Leo

ATTENZIONE: SPOILER!

Klaus Kinski. Un nome, un brivido. Brivido che scorre durante tutta la visione del film a causa del suo silenzio assordante, senza l'ombra di un dialogo.
Ma prima di stare zitti per un'ora e 35 minuti di film, andiamo con ordine.

Siamo nel 1973, dove le violenze fasciocomuniste si fanno sempre più sentire e sono all'ordine del giorno, anche grazie alla strategia della tensione, già spiegata ampiamente in Milano Trema. Il cinema italiano è ancora ancorato alle commedie, ma in questo periodo incominciano a nascere come funghi i poliziotteschi, che saranno capaci di ritagliare l'Italia in un posticino di rilievo, in questo genere.
La trama del film non desta interesse nello spettatore, anche a causa dell'inesistente pirotecnicità, e nemmeno il seguire quello che sta succedendo. La rete criminale alla base della storia non è nemmeno esplicata e non sappiamo mai veramente di cosa si tratta.

Il film si apre con un assassinio a un boss del crimine, e quando il commissario De Carmine cerca di indagare sul suo assassinio, tutti i testimoni vengono eliminati. 
De Carmine riesce a scoprire che la mafia ottiene informazioni dai suoi colleghi, corrotti. La battaglia diventa sempre più difficile, soprattutto dopo la morte della sua ragazza... e quando la battaglia è quasi vinta, il commissario viene trasferito a Milano, lasciando le indagini. 

Come ho già detto, la storia è inutilmente complicata ed è difficile essere coinvolti in questo, il che è un peccato, perché vi sono cose positive a riguardo. Almeno ho apprezzato
 la conclusione pessima e lunatica, tipica di un noir metropolitano alla CopkillerPiatto quanto la provincia di Lodi, non aiutano nemmeno i personaggi al suo interno. Buona la regia di Gariazzo, che almeno ha avuto il merito di aver caratterizzato a dovere i personaggi del film. Abbiamo un brusco calo di qualità del sig. Leroy, che in Milano Calibro 9 ha avuto il tempo e il favore di svilupparsi, divenendo indimenticabile agli occhi di tutti.


Il film passò all'estero con un titolo anglofono più violento: The Bloody Hands of the Law, in Francia con una denominazione più leggera e realistica: La Fureur d'un Flic.

Ricalco di situazioni viste e riviste migliaia di volte, ma con una piccola eccezione silenziosa... che porta la firma di Kinski.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

I Protagonisti - 1968

Anno: 1968
Regista: Marcello Fondato
Paese di produzione: Italia

CAST
Sylvia Koscina: Nancy
Jean Sorel: Roberto
Pamela Tiffin: Gabriella
Lou Castel: Taddeu
Luigi Pistilli: Tassoni
Maurizio Bonuglia: Nino
Giovanni Petrucci: Carlo
Gabriele Ferzetti: commissario

ATTENZIONE: SPOILER!

Il film era pure nella lista dei candidati al Festival di Cannes del 1968, ma fu cancellato a causa degli eventi del maggio del '68.
Ma andiamo con ordine e non facciamoci cancellare.

Siamo nel 1968, in un'epoca in cui il cinema italiano non era ancora pronto al decennio di piombo, ma aveva già potuto vedere un accenno al decennio grazie al film-documentario di Carlo Lizzani, dedicato alla banda dei Cavallero, che insanguinò le strade di Milano ad inizio autunno 1967. Non vi mancavano anche i films sul banditismo sardo, che raramente entravano in questo genere.


Un giornalista intraprendente porta con sé quattro avventurieri disposti a intervistare e fotografare un giovane criminale sardo, Taddeu.
Sotto gli spari intermittenti, si dirigono verso il nascondiglio di montagna del bandito.
Dopo una piacevole conversazione e una sessione fotografica, l'accampamento viene preso di mira da un gruppo di cittadini armati che agiscono come se fossero dei poliziotti!
I proiettili volano e la violenza supera i due scagnozzi del criminale, mentre il gruppo, in cerca di qualche brivido, e il criminale, si trovano sotto attacco.

Uno dei peggiori film mai creati in Italia!
Cast ottimo, ma sprecato. Davvero poco convincente, anzi, per nulla, Castel nei panni di Taddeu (penso che hanno cercato di ispirarsi a Messina...), salvo solo il buon attore romano Ferzetti, nei panni di un pretesco commissario e gli stupendi paesaggi sardi.
Film che delude abbastanza nella prima parte, e annoia pesantemente nella seconda.


Una perla rara da trovare, ma con dei paesaggi indimenticabili.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

mercoledì 5 febbraio 2020

Speed Driver - 1980

Anno: 1980
Regista: Stelvio Massi
Casa di produzione: Audax, CCC Filmkunst, Lotus Film Internacional
Paese di produzione: Italia, Germania Ovest, Spagna

CAST
Fabio Testi: Rudy
Orazio Orlando: Napoli
Senta Berger: Susan
Francisco Rabal: Esposito
Romano Puppo: Dave

ATTENZIONE: SPOILER!


Siamo nel 1980, in un'epoca in cui il cinema italiano si è lasciato alle spalle un decennio di violenze fasciocomuniste, e ha potuto vedere il termine di tali violenze con la marcia dei quarantamila a Torino e l'attentato a Bologna. Il filone del poliziottesco è vicino al suo termine, dato che l'anno prossimo le pellicole di questo genere smetteranno di essere prodotte. 
Stelvio Massi pensa ancora di fare successo con questo filone esaurito, girando tali films a getto continuo, così come ha fatto con Maurizio Merli.

Rudy è un pilota acrobatico, e vorrebbe fare un giro per curare suo fratello, impazzito dall'eroina e ricoverato in ospedale, ed attira l'attenzione del promotore Esposito, che lo incoraggia a diventare il pilota di punta sulla sua pista professionale, ma Rudy scopre presto che il lavoro è troppo bello per essere vero... perché
, a sua insaputa, il promotore è coinvolto nel contrabbando di droghe.

Solitamente, Massi si prepara a sparare in un grande magazzino o qualcosa di simile che coinvolge Merli, ma qui è una delusione totale. A parte qualche sfida in moto e in auto, ed un breve inseguimento in Germania, l'azione che ha distinto Massi nel genere poliziottesco è letteralmente inesistente. Probabile che non sia stato preso seriamente dalle comparse come Fabio, dove non si sforza neanche per essere credibile. F
ilm che se la gioca con il melodramma e con gare automobilistiche che provengono da filmati di repertorio, pari allo "Speed Cross" dello stesso anno... 


Evitate la visione del conducente... consiglio (a malapena) quella del motociclista.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

La Grande Rapina (The Big Holdup) - 1975

Regia:  Chor Yuen Sceneggiatura:  Chor Yuen Produttore:  Run Run Shaw Direttore di produzione:  Chen Lieh Casa di produzione:  Shaw Brothers...

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