lunedì 20 ottobre 2025

Morti a Tokimeki (Tokimeki ni Shisu) - 1984

Regia: Yoshimitsu Morita
Soggetto: Kenji Maruyama
Sceneggiatura: Yoshimitsu Morita
Produttore: Seigo Hosogoe, Yutaka Okada, Shin Omori
Produttore Esecutivo: Shigeru Maruyama
Casa di produzione: New Century Producers
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Nippon Herald Films
Fotografia: Yonezo Maeda
Montaggio: Akimasa Kawashima
Musiche: Osamu Shiomura
Costumi: Fumio Iwasaki
Trucco: Akemi Sakakibara
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Data di rilascio: 18 febbraio 1984
Tratto dall'omonimo romanzo di Kenji Maruyama, uscito due anni prima, la pellicola rappresentava il grande ritorno del cantante Kenji Sawada in ambito cinematografico a seguito dell'enorme successo del thriller poliziesco di "The Man Who Stole The Sun" (1979). Siccome all'epoca ed anche tutt'oggi abbinare idols e registi giovani funziona piuttosto bene, Morita stesso volle alzare la posta in gioco con l'obiettivo di colpire il capo di una organizzazione religiosa, sollevando timori da potenziali attacchi da sette come la Soka Gakkai e causando il ritiro della Toho dalla distribuzione della pellicola...

Il medico Yosuke Okura (Naoki Sugiura) viene incaricato da una misteriosa organizzazione di prendersi cura della villa di un uomo per una cifra esorbitante. Attende un giovane di nome Naoya Kudo (Kenji Sawada) in una stazione ferroviaria nella zona rurale dell'Hokkaido, di poche parole e dall'identità sconosciuta: giunti alla villa, Yosuke si prende cura di Kudo stando alle istruzioni dell'organizzazione e Kudo stesso raramente scambia una parola con lui. Nel mentre, l'organizzazione decide di portare alla villa una donna di nome Hiromi Kozue (Kanako Higuchi), dove essa manifesta interesse per Kudo... ma l'obiettivo da colpire è sempre più vicino.

Ricalcando lo stile minimalistico intravisto nel "gioco" dell'anno precedente, i contenuti ci vengono presentati con un'aura di mistero che non fornisce risposte, ma enigmi che infittiscono ulteriormente il tutto. E come in un labirinto, vi sono molteplici sentieri capaci di portare a dei punti morti e altri all'uscita, ma in questo caso siamo confinati all'interno di un labirinto privo di uscite: si possono solo teorizzare. Kenji rappresenta a pieno il Teseo al contrario in questa epopea dove i litri di sangue saranno inevitabili. Uomo misterioso, dal passato impossibile da dissotterrare e dalla freddezza cinica nell'eseguire il compito di sicario, dove le emozioni non hanno mai fatto parte della sua esistenza. Nonostante Kanako provi ad allontanare Kenji dal suo obiettivo e ci riesca seppur in maniera del tutto parziale, infrange il cliché della femme fatale tipico del sottogenere degli hitman movies, più interessata a salvarlo che mandarlo nelle fauci della missione. Fotografia molto pulita e interamente focalizzata sui panorami selvaggi e plumbei dell'isola di Hokkaido, con numerose inquadrature ferme ed una a 360 gradi sull'auto di Naoki, primi piani e sequenze al computer che esaltano la complessità tecnologica dell'intera operazione, oltre ad esaltare l'estetica culinaria di Naoki; montaggio che si scatena nelle scene ad alta tensione e colonna sonora oscura come il film stesso...


Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

martedì 14 ottobre 2025

Qualcosa del Genere (No Yona Mono) - 1981

Regia: Yoshimitsu Morita
Sceneggiatura: Yoshimitsu Morita
Produttore: Hikaru Suzuki
Casa di produzione: N.E.W.S. Corporation
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Nippon Herald Films
Fotografia: Makoto Watanabe
Montaggio: Akimasa Kawashima
Musiche: Osamu Shiomura
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Data di rilascio: 12 settembre 1981
Grande ammiratore dei "rakugo", ossia dei monologhi comici teatrali, durante la scuola frequentò la "Toho Performing Art School" ed apparve come attore bambino in numerosi programmi televisivi. Vide il kolossal de "Il Dottor Zhivago" (1965) e decise di divenire regista, girando i suoi primi cortometraggi agli inizi degli anni '70, in maniera del tutto autodidatta: in totale 18, di cui il suo "Live in Chigasaki" (1978) selezionato alla seconda edizione dell'appena nato PIA Film Festival. Il lungometraggio con cui ha esordito nel 1981 lo ha realizzato grazie ad un prestito dell'ipoteca sulla casa di famiglia e vinse il premio di "miglior film" e "miglior regista esordiente" al Yokohama Film Festival. Due anni dopo passerà alla storia del cinema nipponico con il suo migliore esito in assoluto, consacrato dal Kinema Junpo come "film dell'anno" ed eletto dalla stessa rivista nel 2018 come il "miglior film giapponese degli anni '80". All'attivo un totale di 31 films da regista e 27 da sceneggiatore, è passato a miglior vita il 20 dicembre del 2011 all'età di 61 anni, a causa di un'insufficienza epatica acuta: l'ultimo film a cui ha lavorato, in ambito ferroviario, è stato rilasciato un anno dopo la sua morte, "Train Brain Express".

La vita sembra andare bene per Shintoto (Katsunobu Ito), un promettente artista di rakugo che decide di visitare un bordello nel giorno del suo 23° compleanno: incontra la prostituta Elizabeth (Kumiko Akiyoshi) ed esce con lei. Allo stesso tempo si innamora di una giovane appassionata del genere, Yumi (Erika Asou), che fa' parte di un club liceale di appassionati di rakugo e gli chiede di insegnarglielo. Intanto, un'artista più anziano di nome Shinkome (Isao Bito) raggiunge lo status di professionista...

Divertente parabola sull'andazzo della vita, con lo sfondo della società nipponica al picco della famigerata bolla economica. Il protagonista cerca di divenire il calzolaio della situazione tra Kumiko ed Erika, tentando di dimenarsi nell'effimeratezza dei sentimenti amorosi in un contesto quotato al consumo, capace di tramutare i personaggi della pellicola in degli elettrodomestici più vuoti del vuoto. E come in una esibizione di rakugo, lo spettacolo deve andare avanti, esattamente come in televisione. Katsunobu icona perfetta di un elettrodomestico umanoide, sfruttato in una società consumistica e poi divenuto obsoleto, adagiato su una sceneggiatura che spalanca del tutto le sue porte alla caratterizzazione dei personaggi. Fotografia ricca di significati e di piani sequenza longevi, capace di incamerare il grigiume dei condomini nipponici, che come degli elettrodomestici sono usurati e sfruttati all'inverosimile; non mancano primi piani ravvicinati ed un timelapse, incorniciati dai panorami della città. Montaggio davvero ben curato, ad effetto nelle scene chiave. Musiche minimalistiche e ben congegnate nelle scene chiave, soprattutto i sounds nelle frasi in cui personaggi annunciano di partire o di lavorare in un determinato ambito.


Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

lunedì 13 ottobre 2025

[Spiofallimento #1] Tom Dollar - 1967

Regia: Marcello Ciorciolini (aka Frank Red)
Soggetto e Sceneggiatura: John Connery, Pierre De Vries, fotoromanzo di Al Petrie
Produttore: Antonio Lucatelli, Francesco Giorgi
Casa di produzione: Tigielle 33, Films Jacques Leitienne, Imp.Ex.Ci.
Paese di produzione: Iran, Italia
Distribuzione: Euro International Films
Fotografia: Rino Filippini
Montaggio: Luciano Anconetani
Musiche: Giosafat Capuano, Mario Capuano
Scenografia e Costumi: Giulia Mafai
Trucco: Sergio Angeloni
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Data di rilascio: 27 giugno 1967
Trattasi di uno dei primi fotoromanzi a tema spionistico, rilasciato dalla rivista "Bolero Film" nel 1965 ed interpretato dallo stesso Maurice Poli, che qui farà ancora da protagonista in tale disavventura piacevole sul grande schermo: fortunatamente ospitata in gran parte nella sontuosa Villa Miani a Roma. Per quanto riguarda Ciorciolini, fu apprezzatissimo dal duo di Franco e Ciccio, con cui vi ha collaborato sia in televisione che al cinema: esordisce come autore radiofonico agli inizi degli anni '50, collaborando spesso con Alberto Talegalli. Immediatamente dopo si fionda nel cinema, iniziando a lavorare come sceneggiatore nel dramma di "La Folla" (1951) ed esordendo come regista nella tragicommedia di "Con Rispetto Parlando" (1965). All'attivo un totale di 10 films da dietro la cinepresa e 35 come sceneggiatore, vanta anche un notevole repertorio in testi discografici, soprattutto in un testo scritto a tre mani per Mina: si segnala che nel 1990 ideò la trasmissione RAI de "I Fatti Vostri", assieme a Michele Guardì, in cui ideò il gioco della "busta giusta".

A seguito dell'assassinio del principe iraniano Barancan, l'agente Tom viene inviato in Iran ad investigare. Si viene a scoprire che la sua morte è collegata ad un accordo che doveva firmare con gli USA, dove una miniera di uranio passava sotto al loro diritto di estrazione. Intanto, la CIA vuole evitare che la stessa morte possa capitare alla sua erede, la principessa Samia (Georgia Moll), riuscendo così a trovare una replicante...


Insipida disavventura al retrogusto di piombo, colmata dal guardaroba evergreen dei protagonisti e dallo sfondo iraniano dell'intera vicenda, ma purtroppo non abbastanza dal salvare la pellicola dalla mediocrità del genere. Maurice riesce a portare a termine il suo lavoro tra qualche battuta per sdrammatizzare assieme al suo compagno nipponico, a cui purtroppo non gli è stato dato abbastanza spazio al personaggio per sapere chi fosse, rispetto ad altri colleghi di Maurice all'ambasciata statunitense. La fotografia effettua un ottimo lavoro nel farci incuriosire sull'Iran antecedente al 1979, intriso di locations fiabesche e di costumi locali, con una lente saturatissima di colori sia sul guardaroba che sui dettagli architettonici dei prestigiosi palazzi (alcuni girati senza alcuna ricostruzione in studio). Montaggio che stenta a decollare, colonna sonora all'americana e principalmente orientata sulle note di quella locale, dove riesce nell'essere rievocativa di quei tempi... roventi. 


Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

martedì 7 ottobre 2025

L'Ascesa dell'Animazione Cinese: I Film di Ne Zha (2019) e Ne Zha II: l'Ascesa del Guerriero di Fuoco (2025)

A cura di Jiāng Zǐyá
Il primo film, diretto da Jiaozi, reinventa in modo audace la storia di Ne Zha, una delle figure più popolari e ribelli della mitologia cinese. Le sue origini affondano nel romanzo del XVI secolo "Fengshen Yanyi". Ma anche in testi più antichi e persino in figure della mitologia indiana (come Nalakubara), dimostrando una profonda stratificazione culturale. Tradizionalmente un guerriero divino, il film del 2019 lo trasforma in un bambino dotato di poteri demoniaci a causa di un incidente cosmico, destinato a portare distruzione.

Il cuore di Ne Zha batte sulla forza di volontà contro un destino preordinato. Il giovane eroe, emarginato e temuto, deve scegliere tra il bene il male, affiancato da un tono narrativo che mescola sapientemente emozione, umorismo e azione. Nonostante alcune critiche iniziali sui modelli dei personaggi in 3D, il film si rivela una gemma per la sua coerenza e il suo cuore, ottenendo un successo stratosferico in Cina e ponendo le basi per un nuovo universo cinematografico mitologico. Le prime menzioni di Ne Zha nei testi cinesi (dinastie Tang e Song) lo identificano con un nome che si è poi evoluto in "Ne Zha", ma che in origine si ipotizza fosse legato a Nalakūvara (o Nalakūbara), una figura minore della mitologia indiana (un yaksha) e figlio di Kubera, il dio della ricchezza. La sua popolarità in Cina crebbe perché fu assimilato dal Buddhismo come divinità guardiana. In questo contesto è spesso associato, o addirittura considerato l'equivalente, di Skanda (Weituo in cinese), un protettore degli insegnamenti buddhisti e dei monaci, spesso raffigurato come un giovane guerriero. Questa associazione gli conferì uno status di divinità protettrice, prima di essere pienamente integrato nella religione popolare e nel Taoismo, dove è venerato come "Principe dell'Altare Centrale" (Zhongtan Yuanshuai).

Il film di "Ne Zha" (2019) è consigliato per coloro che vogliono avvicinarsi al cinema di animazione Cinese, in quanto i temi trattati sono comunque presenti anche nell'animazione Occidentale (l'accettazione e la valorizzazione della diversità, così come l'emarginazione), ma qui si avrà modo di vedere un punto di vista differente. La saga di Ne Zha è un trionfo che va' oltre il semplice intrattenimento. E' un'opportunità per il pubblico occidentale di immergersi in una ricca mitologia presentata come una tecnologia all'avanguardia. Mentre il primo film è solido e commovente "eroe contro il destino", il sequel è una vera e propria esperienza cinematografica che alza l'asticella per l'intera industria.

Se cercate un'avventura fantasy che abbia la scala di un blockbuster e il cuore di una storia personale, e che al contempo vi apra una finestra sul nuovo orizzonte dell'animazione mondiale, non potete perdervi questi film. Ne Zha non racconta solo una leggenda; accende il desiderio di vederla continuare. 

Entrambi i film sono disponibili sia in lingua Cinese (Mandarino) che in lingua Inglese, tuttavia è bene sottolineare che se deciderete di optare per la versione in lingua Inglese, molte sfumature di significato del film non saranno presenti. Il mito di Ne Zha è particolarmente apprezzato in Sichuan, per cui, molti personaggi parlano l'accento di quella specifica regione della Cina, donando un tocco di spontaneità in più ai personaggi. Anche alcuni simbolismi sono comprensibili solo a chi possiede una buona conoscenza del Cinese. Tuttavia, chi ha curato l'adattamento è stato particolarmente attento ad adattare il più possibile ad un pubblico Occidentale, per cui l'esperienza risulta comunque godibile ad un pubblico Occidentale.

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Ne Zha II- L'Ascesa del Guerriero di Fuoco: il Demone che Sfidò il Destino (e i Box Office)
Se il primo film ha stupito, Ne Zha 2 ha riscritto la storia dell'animazione. Questo sequel ha superato record mondiali di incassi, stabilendosi come il film d'animazione con maggiore incasso globale, una prodezza che lo ha visto superare persino i numeri di blockbuster occidentali, in un chiaro segnale che l'animazione cinese è un competitor globale a pieno titolo.

Il salto di qualità visivo e narrativo è sbalorditivo. L'animazione è descritta come una forza della natura, ricca di dettagli e potente, frutto del lavoro di migliaia di artisti. Il film esplora temi più complessi, come l'esplorazione dell'identità, la lotta di classe e l'ingiustizia sociale, mantenendo al contempo un'epica viscerale. Il terzo atto si trasforma in un proprio e vero "uragano" di battaglie divine, che per grandiosità e pathos non teme il confronto con finali di saghe come "Avengers: Endgame" o "Il Signore degli Anelli".

La storia riprende le conseguenze degli eventi precedenti, con Ne Zha e il suo amico/rivale Ao Bing le cui anime, benché intatte, rischiano la distruzione dei corpi. La trama si sviluppa in una miscela mozzafiato di arti marziali, mitologia orientale e tematiche universali come l'amicizia e il sacrificio. Rispetto al primo film, questo risulta molto curato nelle animazioni e si nota un certo sforzo nel riprodurre fedelmente le atmosfere del libro originale "L'Investitura degli Dei", tuttavia non riesce ad avere la carica emotiva del primo, dato che vediamo intrecciarsi diverse sottotrame all'interno dei film che non hanno una vera e propria conclusione all'interno della pellicola. Diverse scelte narrative, specialmente nel terzo atto del film, anticipano l'uscita di un terzo capitolo della saga.
Tale sensazione viene poi definitivamente confermata nella scena presente dopo i titoli di coda.
Nonostante sia apprezzabile lo sforzo e la magnificenza dell'animazione di questo film, riscontra alcuni problemi strutturali che non sono presenti nel primo film.
Non sempre, dunque, il successo al botteghino è indice di una qualità superiore su tutti i fronti, ma spesso risulta solo un'operazione meglio riuscita al livello commerciale.

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La Perla del Caos
Nel primo film del 2019, la narrazione si basa sulla Perla del Caos (
Hùn Yuán Zhū), un'essenza primordiale che l'immortale Yuanshi Tianzun divide in due parti:

La Perla dello Spirito (
Líng Zhū): destinata a reincarnarsi in un eroe.

La Perla del Demone (
Mó Wán): destinata a generare un essere di distruzione.

A causa di un inganno del geloso Shen Gongbao, le due perle vengono scambiate:
- Ne Zha riceve per errore la Perla del Demone, nascendo come "Diavolo Incarnato" (
Mó Tóng), un bambino dotato di poteri demoniaci, violento e temuto dagli abitanti del villaggio. La sua natura di "demone" è qui una questione di destino cosmico, che lui è chiamato a superare.
- Ao Bing, il principe dei draghi del Mare Orientale, riceve la Perla dello Spirito, nascendo come un essere puro e virtuoso.

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Il Legame Fraterno di Destino
Questa scelta narrativa non è solo un colpo di scena; è la chiave della profondità emotiva della saga. Ne Zha e Ao Bing sono due facce della stessa moneta, nati dalla stessa essenza primordiale, la Perla del Caos.

Nel finale catartico del primo film e nelle premesse del secondo, i due giovani si ritrovano legati in un destino tragico: per salvarsi e superare le rispettive condanne, devono unire le forze e il potere delle loro Perle contro l'ingiustizia e il destino stesso. In Ne Zha - L'Ascesa del Guerriero di Fuoco, questa dualità si intensifica, con le loro anime che devono trovare il modo di coesistere dopo il sacrificio.

Il successo di questi film risiede proprio in questa reinterpretazione: l'epica battaglia tra bene e male diventa un conflitto interiore sull'identità e sul libero arbitrio, dimostrando che anche un "demone" può scegliere di essere un eroe e che l'animazione cinese ha trovato la sua voce più potente, combinando una mitologia millenaria con una narrazione moderna e mozzafiato.

lunedì 6 ottobre 2025

Tokyo Gang vs. Hong Kong Gang (Tokyo Gyangu Tai Honkon Gyangu) - 1964

Regia: Teruo Ishii
Sceneggiatura: Teruo Ishii, Akira Murao
Casa di produzione: Toei
Paese di produzione: Giappone
Distribuzione: Toei
Fotografia: Hayashi Shichiro
Musiche: Yagi Masao
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Data di rilascio: 1° gennaio 1964
Finalmente si torna a parlare di Teruo, qui all'opera in una delle prime pellicole filmate all'estero dalla casa nipponica. Fresco dalla gavetta nella ormai defunta Shintoho, entra nella Toei nel 1961, appena dopo avere girato l'ultimo film della quadrilogia denominata "Linea": si portò con sé un allora misconosciuto Ken Takakura nel yakuza eiga di "Flower, Storm and Gang", girato nello stesso anno. Il film in questione diede il lancio ad una longeva serie che sarebbe terminata nel 1967. Il co-protagonista Koji Tsuruta è anche lui al massimo della forma, in quanto l'anno precedente ebbe il pregio di lanciare il filone dei "ninkyo eiga" tramite il dramma jidaigeki di "Life of Hishakaku": stesso discorso per Tanba, ma a livello internazionale per il film di guerra franco-americano di "Ponte Verso il Sole" (1961).

Shuji Kitahara (Ken Takakura) approda a Hong Kong per smerciare droga: viene subito intercettato da Ryu (Kenjiro Ishiyama) per fare affari, per poi rinunciare a causa dei prezzi gonfiati. Si rivolge così a Chan (Ryohei Uchida), un subordinato del potente Mao (Tetsuro Tanba), ma nel giorno della transazione viene tolto di mezzo da Ryu, dopo avere consegnato un pacco alla star dell'opera pechinese Li Shu-Hwa (Yoshiko Mita). Immediatamente la Ooka Kogyo di Tokyo manda il suo dirigente Fujishima (Koji Tsuruta) a Hong Kong per farsi consegnare la droga da Li, ma viene rapita dalla banda di Ryu. Si viene così a scoprire che Mao era un compagno d'armi di Fujishima, un agente dei servizi segreti: entrambi tornano in Giappone e tramano la distruzione di entrambe le bande...

Un caso perfetto in cui Hong Kong diviene la co-protagonista di un film, soprattutto la sua parte degradata ed ancora ben lontana dall'essere uno degli attuali centri finanziari globali: come un documentario, incamera l'essenza di una città popolata da persone che la vivono e la amano. Ken esemplare nell'essere a suo agio con stile e nel morire con stile, senza provare un milligrammo di paura; Koji si ritrova nella stessa barca, ma come un umanoide incapace di vivere senza il suo siero palliativo, dove al di fuori dalla nebbia narcotica riesce a provare emozioni pure come un vero umano... Tanba freddo, ma cinico calcolatore. Fotografia dai colori sbiaditi e ricca di elementi architettonici/panoramici interni ed esterni a Hong Kong, ma esplode nei colori al ritorno in Giappone, dove anche nelle tenebre si mostrano. Montaggio nella media, colonna sonora jazz e perfetta per l'atmosfera funesta in cui tutti andranno incontro. L'attesa per l'azione viene ripagata immensamente nel secondo tempo del film, ma ahimè i dialoghi in cantonese fanno davvero male ai timpani...


Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

lunedì 29 settembre 2025

Il Colpaccio - 1976

Regia: Bruno Paolinelli (aka John L. Huxley)
Soggetto: Bruno Paolinelli
Sceneggiatura: Bruno Paolinelli
Produttore: Bruno Paolinelli
Produttore Esecutivo: Salvatore Rosso
Casa di produzione: Saba Cinematografica, C.A.R.F., Neue Delta Film
Distribuzione: Dear International
Fotografia: Aldo Di Marcantonio
Montaggio: Bruno Paolinelli
Musiche: Giancarlo Chiaramello (aka Charlie Mells)
Ultima pellicola diretta da Paolinelli e conosciuta anche con il titolo di lavorazione "Diamond Story", vanta delle ricche locations. Romanziere, inizia a lavorare come aiuto operatore al fianco di Sergio Tofano nel 1943 in piena WW2, per poi dilettarsi come operatore alla macchina per dei documentari. Una volta divenuto sceneggiatore per ben tre films tra il 1953, produce il melodramma di "La Luciana" nel 1954 ed esordisce l'anno seguente alla regia con la commedia di grande successo de "I Pappagalli", tratta sempre da una sua sceneggiatura. Si segnala che tra il 1968 e il 1974 finanziò due films d'animazione e numerosi lungometraggi. Nonostante la sua filmografia si conti sulle dita di due mani (un totale di sei pellicole all'attivo), rimane un degno veterano del cinema di genere italiano: nel 1959 dirige l'avventuroso "Tunisi Top Secret" e nel 1961 il drammatico "Legge di Guerra". Adatta il romanzo di Giovanni Arpino, "La Suora Giovane" nel 1964, affidando il ruolo di protagonista a Laura Efrikian. Dall'anno seguente adotta lo pseudonimo di John L. Huxley, con il quale vi dirige i suoi ultimi tre films, tra cui uno spionistico con Yoko Tani ("OSS 77: Operazione Fior di Loto"). Si ritira definitivamente dal cinema sul finire degli anni '80 e passa a miglior vita in Francia il 16 settembre 1991, all'età di 68 anni.

Una banda di rapinatori ad Amsterdam assalta un commerciante di diamanti e riescono a fuggire, togliendolo di mezzo ed estorcendogli una valigetta contenente pietre preziose: uno di loro, Mark Lemmon (Fausto Tozzi), riesce a nascondere la refurtiva nelle fognature della città olandese, prima di essere catturato e condannato all'ergastolo. Un anno più tardi, a Londra vengono riunite quattro persone che non si conoscono tra di loro, tramite l'emissario Mackenzie (William Berger). Organizzano l'evasione di Lemmon e vanno alla ricerca della valigetta...

Perfetta commistione tra poliziottesco e film di rapina, grazie ad un cast veterano di entrambi i generi. Sebbene non accada un granché nella pellicola, è la maestria nei dialoghi ad avermi tenuto fino al termine, assieme alle locations che fanno da sfondi ai fatti in corso di compimento. Davvero astuta la scelta del regista sul piano per l'evasione di Fausto, girata di notte a Roma, con tanto di adesivi e divise che fanno sembrare di essere sul serio in Olanda: veicoli inclusi (tranne per le motociclette)! Al Cliver tiene, tramite nastro isolante, assieme il gruppo; non senza che Carole Andrè sbandieri il suo sex-appeal nei confronti di Cliver, atto necessario in una produzione del genere durante il decennio di piombo. Fotografia fredda e desaturata che ne approfitta di catturare numerosi panorami da cartolina, soprattutto nella scena finale ambientata sul lago di Como; durante il lavoro notturno i colori vengono rimessi in sesto e danno l'atmosfera calda che mancava nel film. Montaggio discreto e nella norma, colonna sonora che contribuisce all'atmosfera da esterni, tipicamente british.


Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

martedì 23 settembre 2025

Il Triangolo d'Oro (The Golden Triangle) - 1975

Regia: Wu Ma, Rome Boonag
Soggetto: A-Tit Shrongroet
Sceneggiatura: Taworn Suwan
Produttore: Wanchai A. Voravudhi
Produttore Esecutivo: Kiet Iampungporn
Casa di produzione: Creation Production
Paese di produzione: Hong Kong, Thailandia
Fotografia: Wong Wing-Lung
Montaggio: Chatrichalerm Yukol
Musiche: Kangwan Cholakul
Costumi: John Fowler
Oscura co-produzione tra Hong Kong e il Regno, praticamente la prima produzione thailandese a divenire nota a livello internazionale: ed ovviamente il tema era ben scottante per l'epoca. Il famigerato Triangolo d'Oro, tutt'oggi situato al confine tra Thailandia, Myanmar e Laos: il termine fu coniato in una conferenza stampa del 1971, dall'ufficiale del Dipartimento di Stato USA Marshall Green. La parte thailandese è divenuta un frequentato punto turistico, specialmente il villaggio di Sop Ruak dopo l'eradicazione di massa dei papaveri per fabbricare l'oppio. Tema che già abbiamo avuto l'occasione di vedere in numerosi films di Hong Kong, tra cui l'oscuro "No Way Back" (1990) e in "Mission of Justice" (1992), ascrivibili sia al triad movie che al filone delle "girls with guns", ma che rimangono una eccellente fotografia delle losche attività all'epoca.

Il capo della polizia antidroga thailandese Phon (Manop Aussawathep) riceve un telegramma che lo avvisa della presenza di un trafficante di droga da Hong Kong, tale Tony (Lo Lieh): fallita la cattura, decide di mandare sotto copertura Chat (Sombat Methanee) e si dirige nelle colline nei dintorni del Triangolo d'Oro, dove è presente una tribù di narcotrafficanti, guidati da Hangson Wu (Tanny Tien Ni). Una volta accettato nella tribù, Chat si innamora di lei ed attraversa un lungo viaggio per consegnare la merce, non senza prima un agguato mortale ed una trappola di una gang rivale...

Piacevole documentario poliziesco pre-confezionato di scene d'azione prevedibili, con i principali componenti del cast più concentrati ad essere altrove che nel film. Lieh e Tanny due veterani, qui smarriti e per nulla interessati all'esito finale del film. Prevale l'anonimità, tranne dalla parte di Sombat e Manop, giustizieri fino alla fine e sempre pronti allo scontro diretto. La fotografia è meritevole di un commento, soprattutto quando il film si prende una pausa dall'atmosfera di piombo ed inquadra i paesaggi incontaminati. Montaggio passabile, così come la colonna sonora (pura e cattiva discoteca di metà anni '70). Nonostante il prodotto nel complesso sia di artigianato appena al di sopra della media, rimane da custodire all'interno della propria videoteca per i primi passi internazionali del cinema thailandese, allora limitato in Indocina. Già la Shaw, nello spionistico di "The Golden Buddha" (1966), riuscì ad incanalare l'interesse del cinema hongkonghese nell'era di Bhumibol.


Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

mercoledì 17 settembre 2025

[CineFantasmi #1] Firenze, il Mio Amore (Firentsu: e no Kaze ni Idakarete) - 1991

Regia: Seiji Izumi
Sceneggiatura: Toshimichi Saeki
Produttore: Ichiro Kubo, Yuji Yoshida, Tokumaru Kokubo
Casa di produzione: TV Tokyo
Distribuzione: Toei
Fotografia: Shohei Ando
Montaggio: Kenji Fukuda
Musiche: Sachi Otani
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Data di rilascio: 2 febbraio 1991
Cari spettatori di Cinejima, benvenuti alla prima puntata del format dedicato al cinema ancora da dissotterrare dall'oblio, prima abilmente compiuto dal nostro ex-collega Kyle. Tratteremo di pellicole che raramente hanno avuto qualche passaggio in televisione o al cinema, oppure di altre ancora che attendono di essere recuperate per il loro enorme prestigio dato alla celluloide stessa. In questa prima tappa tratterò del dramma romantico di Izumi, l'autore dello yakuza eiga di "A Legend of Turmoil" (1992), tutt'oggi inedito in DVD e circolante in videocassetta.

Volantino del film.
Credit: Mayumi Wakamura Fan Page
Kumiko (Mayumi Wakamura), fotoreporter in erba, ha il fidanzato Toru (Ken Ishiguro) sin dai tempi della scuola, ma è titubante nello sposarsi con lui. Un giorno, la madre di Kumiko passa a miglior vita e nello stesso momento riceve un'offerta per recarsi in Italia e scrivere un racconto: accetta e si reca a Firenze per conoscere Marco Embriani (Giuliano Gemma), noto imprenditore ed icona del mondo della moda italiana, ma suo figlio Paolo (Raffaele Buranelli) lo odia a causa della rottura dei rapporti con la famiglia per inseguire il successo. Paolo si apre così a Kumiko, ma lei dovrà scegliere tra costui e Toru...

Passaggio televisivo
del film su "Osaka TV",
datato 21 giugno 1991
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Credit: Mayumi
Wakamura Fan Page
Antesignano del "Calmi Cuori Appassionati" (2001) di Isamu Nakae, con un cast perlopiù televisivo: Mayumi, come ci segnala IMDB, aveva fatto la gavetta in serie televisive, esordendo nel drama di "Hassai Sensei" nel 1987, prima del suo arrivo sul grande schermo un anno prima. Dello stesso esito è il nostrano Raffaele, che ha esordito nella serie "Due Fratelli" (1987) di Alberto Lattuada e per arrivare nei grandi schermi con la produzione statunitense di "Capitan America" nel 1990. Completa il tutto l'apparizione di Gemma, da un cinema italiano di genere in profonda crisi sin dagli inizi degli anni '80, anche lui attivo in serie televisive come "Dagli Appennini alle Ande" (1990) e "Rally" (1988). Ken considerabile un veterano del cinema nipponico, in costante lavoro sin dal 1979 e ben presto sarebbe approdato nel dramma investigativo di "Furuhata Ninzaburo" tre anni dopo. 

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COMMENTO SUL CONTESTO
L'inizio degli anni '90 aveva simboleggiato per l'industria cinematografica italiana una lieve avventura in zattera sin dal declino dello scorso decennio, considerando la migrazione di massa di molti attori in ambito televisivo, decretando la fine di un'era che riusciva a tenere testa ai blockbusters hollywoodiani. Uno scenario simile si era ripetuto in Giappone con la transizione di molti attori sia in ambito televisivo che in pellicole a basso costo (direct-to-video), dato il declino accelerato delle grandi case produttrici come la Shochiku (oramai supportata in tutto e per tutto dalla saga di Otoko wa Tsurai yo) e dalla Nikkatsu (pilastro fondante dei pinku eiga, che nel 1988 lascia per sempre il filone con "Bed Partner"), prossima alla bancarotta. In questo periodo, pochi registi riescono a malapena nell'emergere contro il solido basamento di Hollywood e sono artigiani come Izumi.

martedì 16 settembre 2025

Sicario Solitario (Kanashiki Hittoman) - 1989

Regia: Haruo Ichikura
Soggetto: Yukio Yamanouchi
Sceneggiatura: Giho Sugiyama, Isao Matsumoto
Produttore: Minorio Kuriko, Koshige Shundo, Tan Takaiwa
Casa di produzione: Toei
Distribuzione: Toei
Fotografia: Takeshi Hamada
Montaggio: Isamu Ichida
Musiche: Tadao Takakuwa, Yuji Ohno
Scenografia: Yoshikazu Sano
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Data di rilascio: 9 settembre 1989
Finalmente ho l'onore di scrivere qualche riga sull'attuale marito della famosissima ex-idol Momoe Yamaguchi, tale Tomokazu Miura: insieme dal 1974 per via di uno spot pubblicitario della Glico ed in brevissimo tempo divenne una stella del grande schermo per i films romantici assieme a Yamaguchi, tanto da venire soprannominati dalla stampa locale come la "Golden Combi". Dopo il ritiro della Yamaguchi dai riflettori nel 1980, Miura ebbe dei problemi a livello attoriale per una gran parte del decennio, fino alla consacrazione definitiva come attore negli yakuza eiga di fine anni '80 e in grandi firme come quelle di Nobuhiko Obayashi nel 1986 (il padre di Soutaroh in "Bound for the Fields, the Mountains, and the Seacoast") e nel recentissimo "Perfect Days" di Wenders a livello mondiale. 

Il giovane teppista Takagi (Tomokazu Miura) viene reclutato come yakuza dalla Arai-gumi e dopo le continue risse con i loro alti dirigenti, riesce a farsi un nome nel clan fino ad attirare l'attenzione della giovane mamma single Yoko (Hisako Manda), sospesa tra un altro yakuza e Takagi. Dopo un duello di piombo tra lui e Takagi, egli diverrà il marito di Yoko e nel corso degli anni si inaspriscono i conflitti con la rivale Matsuoka-gumi, tanto che lo stesso Takagi dovrà decidere se prendersi cura della propria famiglia o mettere al primo posto la Arai-gumi...

Decisamente tra i migliori yakuza eiga degli anni '80, dove il genere era in completa agonia. Non spreca nemmeno un minuto per riassumere la vita turbolenta del fittizio Takagi, vista in flashback per una gran parte del film e servita con crudezza fino al termine per nulla scontato. Miura esemplare per la sua umanità e per la dolorosa caratterizzazione del suo personaggio, da scheggia impazzita alla Rikio Ishikawa ad un Noboru Ando meno eccentrico ma capace di essere sentimentale. Con una fotografia claustrofobica che mette da parte lo stereotipo dei quartier generali ampi delle yakuza (già visto in "A Legend of Turmoil" nel 1992), più incentrata sulle tenebre della notte, atte a indicare la distanza costretta del rapporto di Miura con Hisako; che si serve anche delle giornate plumbee e di inquadrature panoramiche per respirare dal climax della pellicola. Montaggio ben curato nelle scene al cardiopalma e dalle musiche che orchestrano tensione e pressione, specialmente verso il finale. Nel reparto azione, il film ci delizia interminabilmente con numerosi stratagemmi ingegnosi (come la granata che esplode in aereo) per coinvolgerci in questo uragano distruttivo, degno dei tempi di Fukasaku. 


Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

mercoledì 10 settembre 2025

Il Triangolo della Droga: Tokyo-Seoul-Bangkok (Tokyo-Souru-Bankokku: Jitsuroku Mayaku Chitai) - 1973

Regia: Sadao Nakajima
Sceneggiatura: Sadao Nakajima, Koji Takada
Produttore: Goro Kusakabe, Masao Sato
Casa di produzione: Toei
Paese di produzione: Giappone, Hong Kong, Thailandia, Corea del Sud
Distribuzione: Toei
Fotografia: Toshio Masuda
Montaggio: Isamu Ichida
Musiche: Ichiro Araki
Scenografia: Jiro Tomita
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Data di rilascio: 15 settembre 1973
Gli anni '70 furono molto prolifici per gli yakuza eiga, soprattutto dopo la svolta epocale di Fukasaku. Nello stesso anno, Sadao aveva già regalato al pubblico un'altra opera del genere che non solo fotografava la società nipponica dell'epoca, ma anche lo stato di un gangster "wannabe" travolto dal suo stesso codice d'onore, praticamente la sua transizione definitiva ai "jitsuroku eiga" dopo avere lanciato la saga dei fratelli Vipera nel 1971. Dalle caratteristiche pare un prequel alla dualogia dell'agente della narcotici Kikuchi, data la ricerca ossessiva di Sonny nel catturare l'assassino e l'organizzazione dietro di esso...

Il camionista Tatsuya (Sonny Chiba) approda a Seoul per ottenere le ceneri di sua sorella defunta, a seguito di un tragico incidente in auto in cui è defunto anche il suo nuovo marito, dove nascondeva un segreto mortale. Si viene a scoprire che l'ex-marito Ryuji (Hiroki Matsukata) di sua sorella è vivo ed è un narcotrafficante attivo in Estremo Oriente: Tatsuya giura vendetta e tramite una vasta rete di informatori che pedinano Ryuji, lo insegue fino in Indocina...

Spettacolare yakuza eiga che prova a fondersi con il genere avventuroso, ma purtroppo con ben poca sostanza nel mezzo: si passa di fretta in alcuni luoghi, ma senza imprimere su celluloide la bellezza di alcune locations, come per esempio Hong Kong. Tutta la durata della pellicola si concentra sul giocare a nascondino tra Sonny ed Hiroki, in attesa che da ambedue le parti si consumi la vendetta, con una Corea del Sud ancora lontana dall'essere la superpotenza economica attuale ed una Thailandia dal fascino senza tempo delle sue architetture all'aperto. Si segnala la presenza di Tsusai Sugawara, ancora una volta all'opera contro i famigerati "tre mali" e dove presta dell'onorato servizio pubblico agli spettatori di ieri e di oggi; oltre a quella di Nora Miao, per nulla sprecata e lasciata da parte. Fotografia che aiuta nelle boccate d'aria dal clima tetro del film, soprattutto a livello architettonico e paesaggistico; montaggio ben congegnato nelle scene clou ed una musica che, ahimè, non aiuta parecchio. Sonny leggendario come al solito, qui più ostile e desideroso di vendetta.


Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

venerdì 5 settembre 2025

Giovani Ragazzi (Young People) - 1972

Regista: Chang Cheh
Sceneggiatura: Ni Kuang, Chang Cheh
Produttore: Run Run Shaw
Casa di produzione: Shaw
Paese di produzione: Hong Kong, Cina
Distribuzione: Shaw
Coreografie: Tong Kai, Lau Kar-Wing
Fotografia: Kung Mu-To
Montaggio: Kwok Ting-Hung
Musiche: Frankie Chan
Trucco: Wu Hsu-Ching
Costumi: Li Chi
Finalmente torniamo a parlare di Cheh, letteralmente il top di gamma della Shaw, qui pronto a rilanciare alcuni dei talenti che lui ha scoperto nello scorso decennio appena concluso. E anche top di gamma è stata la scelta del regista di ambientare il tutto al "Chung Chi College", all'epoca trasferitosi da appena 13 anni nella valle di Ma Liu Shui. Avendo bisogno di ulteriori ragazzi per riempire le classi del conglomerato dell'Università Cinese di Hong Kong, i volti noti della casa si sono divertiti parecchio nell'essere loro stessi al picco della migliore età della vita.

Il batterista Hung Wai (David Chiang) dirige il club del college, dove approda la timida cantante Po-Erh (Agnes Chan); ma la stella del basket Lam Tat (Ti Lung) e delle arti marziali Ho Tai (Chen Kuan-Tai) sono costantemente in faida per la principessa (Irene Chen), che si innamora per chi dei due brilla di più. Hung vuole la pace fra i due...

Tentativo riuscito con successo da parte di Cheh nell'orientarsi in un genere completamente diverso dai suoi direttissimi gongfupian, dove qui riesce a mettere assieme un inno alla giovinezza, dedita allo sport e all'amicizia. Nonostante alcuni clichés da commedia romantica (la ragazza contesa tra due ragazzi, competitività al college per fare colpo, etc...), ci troviamo dinnanzi ad una capsula del tempo ben eseguita dal guardaroba vivace e dai personaggi capaci di stimolare qualsiasi desiderio noi abbiamo in ambito sportivo: insegnano valori in cui dobbiamo credere, per accrescere la propria autostima. Fotografia che ci ricorda quanto siano belli i colori e che sfrutta gli ampi spazi urbani, inclusi quelli del college, per dare l'idea di amplificare le passioni dei protagonisti e di abbattere il pregiudizio che solo i colleges statunitensi sappiano fare questo genere di films. Montaggio ben spedito che si serve anche di ottime transizioni, per spostarci da un luogo all'altro. Completa il tutto la colonna sonora da musical e le inconfondibili coreografie di Chen, capace di usare come cuscini i suoi nemici...


Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

martedì 2 settembre 2025

Una Lotta Eroica (A Heroic Fight) - 1986

Regia: Chiu Chung-Hing
Sceneggiatura: Chiu Chung-Hing
Produttore: Hsu Li-Wa
Casa di produzione: Goodyear Movie Company
Coreografie: Chiu Chung-Hing
Fotografia: Chuang Yang-Chien, Louis Yuen
Montaggio: Chiang Huang-Hsiung
Musiche: Chik Yue-Long
Trucco: Yau Yee-Chu
Secondo lavoro su grande schermo del veterano Chiu, del quale si conosce poco di lui: esordisce come attore nel gongfupian taiwanese di "The 7 Grandmasters" (1977), per poi trovare subito impiego come coreografo al porto nel "Snaky Knight Fight Against Mantis" (1978) del medesimo genere e soprattutto lavorò al fianco dell'immenso Yuen Woo-Ping per ben due volte tra il 1981 e il 1982. Una volta carpito lo stile di Ping, approda sulla sedia da regista nel 1985 con il gongfupian di "Exciting Dragon", scrivendolo e coreografandolo. Lascia definitivamente il mondo del cinema nel 1990 con il wuxia di "The Twelve Fairies", con all'attivo un totale di 9 films come regista e 15 come attore.

La nipote del boss della triade Barner (Chin Ti) rimane vittima di un rapimento per via di una gang thailandese che vuole smerciare droga attraverso le sue connessioni: subito la giovane Hsiao Long (Lin Hsiao-Lu) la trae in salvo grazie ai suoi marchingegni pirotecnici e subito diviene amica del boss, assieme a tutto il quartetto capitanato da suo padre Lin Wang (Chiu Chung-Hing), che gestiscono una piccola casa cinematografica specializzata nel genere wuxia. Non è dello stesso parere la guardia del corpo Wey (Dick Wei), furioso per via della promozione ottenuta dal suo collega (Chang Shan): decide così di prendere il controllo della triade...

Interminabile caleidoscopio di acrobazie, dalle risate assicurate. Soprattutto per l'ingegnosità sfruttata al massimo dal quartetto negli effetti speciali per combattere i nemici di Chin, che mai arrivano sulla soglia del banale: ne prevengono la loro apparsa! E spero che qualche designer prenda spunto dalla casa dove risiede il quartetto, praticamente capace di fare concorrenza a mobilifici svedesi senza fare troppa fatica. Montaggio rapido e coordinato per una eccezionale visione senza intoppi di una fotografia che nonostante non abbia nulla di interessante a livello visivo, si può considerare movimentata per le azioni rapide di tutto il cast. La colonna sonora è degna di un cartone animato. A parte qualche sketch comico un po' datato per l'epoca, rimane meravigliosamente guardabile.

Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

lunedì 1 settembre 2025

L'Uomo che ha Sparato al Boss (Don o Totta Otoko) - 1994

Regia: Sadao Nakajima
Produttore: Goro Kusakabe
Sceneggiatura: Koji Takada
Musiche: Toshinori Kondo
Horai (Hiroki Matsukata), prossimo ad essere rilasciato dopo 18 anni dietro alle sbarre per l'omicidio perpetrato nei confronti di un boss rivale, viene attaccato da un detenuto appartenente a una yakuza rivale. Prolungato di un mese il rilascio, Horai diventa amico di un bosozoku e torna a casa assieme al gruppo: una volta notato il completo cambiamento della città, ben presto scopre che qualcuno lo vuole morto... sarà costretto a cercare il colpevole, a causa della terra bruciata intorno a lui.

La situazione degli yakuza eiga negli anni '90
Il genere era già in profonda crisi sin dal termine dello scorso decennio, a causa della diffusione capillare delle videocassette nelle case giapponesi, praticamente un'alternativa a basso costo nel vedere i films in sala. Nonostante il clamoroso successo di "Yakuza Wives" (1986), tale da generare altri 15 sequel, definita da molti critici la saga di maggiore successo del genere negli anni '80, nelle sale continuava la catastrofe ed i profitti erano blandi. Al di fuori da questa situazione tragicomica, il nuovo arrivato Kitano riuscì a portare ancora nelle sale il genere con capolavori come "Sonatine" (1993), assieme al controverso Miike che ampliò al di fuori dal paese di origine il filone, con l'esempio di "Rainy Dog" (1997). Anche quando la Toei decise di concentrarsi del tutto sulle pellicole direct-to-video dal 1989, i films a basso costo riuscirono a riportare il genere in auge ed a dare luogo ad una nuova generazione di registi come Rokuro Mochizuki in "Onibi" (1997), assieme ad attori affidabili come Sho Aikawa in cult come la dualogia di "Neo Chinpira" (1990-91). In una riunione del 1993 con l'allora presidente della casa Shigeru Okada, la situazione era così insostenibile che non solo decise di smettere di produrre gli yakuza eiga, ma diede delle istruzioni per non girare films che non vendono e che generano perdite: il clamore mediatico che ne seguì attirò anche l'attenzione del Washington Post oltreoceano, descrivendo il tutto come il termine di un'epoca. Così, la casa decise nel 1994 di pubblicizzare il film in questione come il loro ultimo yakuza eiga: se la pellicola non avesse incassato 400 milioni di yen al botteghino, avrebbero smesso di produrli definitivamente... ne incassarono solo 200 e decisero di abbandonare la nave prossima al naufragio.

In conclusione...
Passabile ninkyo eiga diretto e sceneggiato con il T9 per una gran parte della durata, dove Sadao ha deciso di essere trasparente e di lasciare il film al servizio della caratterizzazione di Matsukata, oltre alle persone che lo circondano (con tanto di camei da parte di Sugawara ed Umemiya). Ci troviamo di fronte all'anatomia di un uomo solitario ed incapace di orientarsi in una società profondamente mutata, dai valori lasciati a prendere polvere nella soffitta del dimenticatoio generale, il tutto incorniciato dalla freddezza passivo/aggressiva dei suoi sguardi malinconici. Montaggio nella media e ben circoscritto nelle scene d'azione, con una colonna sonora perfetta per il tema glaciale del film: jazz con alcune sfumature funky, per dare l'immagine del fato funesto del personaggio di Matsukata come ai tempi d'oro del genere, ma in un contesto moderno dove non si può sfuggire al regolamento di conti. Fotografia dai colori a pastello, desaturati, per dare una tiepida accoglienza nel mondo sbiadito del protagonista, arricchita dai neon della megalopoli di Osaka e dalla sua architettura futurista, ingredienti che sono riusciti a cancellare la sua immagine tradizionale del passato.

Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

The Dog Stars - Le stelle dopo la fine

  Titolo originale: The Dog Stars - Le stelle dopo la fine Data di uscita: 28 agosto 2026 (cinema) Genere: Azione, Thriller, Fantascienza C...

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