Il Triangolo d'Oro (The Golden Triangle) - 1975

Regia: Wu Ma, Rome Boonag
Soggetto: A-Tit Shrongroet
Sceneggiatura: Taworn Suwan
Produttore: Wanchai A. Voravudhi
Produttore Esecutivo: Kiet Iampungporn
Casa di produzione: Creation Production
Paese di produzione: Hong Kong, Thailandia
Fotografia: Wong Wing-Lung
Montaggio: Chatrichalerm Yukol
Musiche: Kangwan Cholakul
Costumi: John Fowler
Oscura co-produzione tra Hong Kong e il Regno, praticamente la prima produzione thailandese a divenire nota a livello internazionale: ed ovviamente il tema era ben scottante per l'epoca. Il famigerato Triangolo d'Oro, tutt'oggi situato al confine tra Thailandia, Myanmar e Laos: il termine fu coniato in una conferenza stampa del 1971, dall'ufficiale del Dipartimento di Stato USA Marshall Green. La parte thailandese è divenuta un frequentato punto turistico, specialmente il villaggio di Sop Ruak dopo l'eradicazione di massa dei papaveri per fabbricare l'oppio. Tema che già abbiamo avuto l'occasione di vedere in numerosi films di Hong Kong, tra cui l'oscuro "No Way Back" (1990) e in "Mission of Justice" (1992), ascrivibili sia al triad movie che al filone delle "girls with guns", ma che rimangono una eccellente fotografia delle losche attività all'epoca.

Il capo della polizia antidroga thailandese Phon (Manop Aussawathep) riceve un telegramma che lo avvisa della presenza di un trafficante di droga da Hong Kong, tale Tony (Lo Lieh): fallita la cattura, decide di mandare sotto copertura Chat (Sombat Methanee) e si dirige nelle colline nei dintorni del Triangolo d'Oro, dove è presente una tribù di narcotrafficanti, guidati da Hangson Wu (Tanny Tien Ni). Una volta accettato nella tribù, Chat si innamora di lei ed attraversa un lungo viaggio per consegnare la merce, non senza prima un agguato mortale ed una trappola di una gang rivale...

Piacevole documentario poliziesco pre-confezionato di scene d'azione prevedibili, con i principali componenti del cast più concentrati ad essere altrove che nel film. Lieh e Tanny due veterani, qui smarriti e per nulla interessati all'esito finale del film. Prevale l'anonimità, tranne dalla parte di Sombat e Manop, giustizieri fino alla fine e sempre pronti allo scontro diretto. La fotografia è meritevole di un commento, soprattutto quando il film si prende una pausa dall'atmosfera di piombo ed inquadra i paesaggi incontaminati. Montaggio passabile, così come la colonna sonora (pura e cattiva discoteca di metà anni '70). Nonostante il prodotto nel complesso sia di artigianato appena al di sopra della media, rimane da custodire all'interno della propria videoteca per i primi passi internazionali del cinema thailandese, allora limitato in Indocina. Già la Shaw, nello spionistico di "The Golden Buddha" (1966), riuscì ad incanalare l'interesse del cinema hongkonghese nell'era di Bhumibol.


Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

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