martedì 23 novembre 2021

Film "Perduti": Las Noches del Hombre Lobo(1968)-



Benvenuti o ben ritrovati nell'angolo del perduto, nella sezione del Sottobosco in cui si aggirano pellicole scomparse e dai più dimenticate, come sempre siete i benvenuti.

Il film che tratteremo questa volta ha una storia molto complessa alle spalle ed è facile confondersi e perdersi nel labirinto, quindi cercate di tenere il filo rosso di Arianna e partite con me nell'Angolo del Perduto!


Prima però è bene presentare un attore molto famoso in Spagna, no, non il maestro Narciso Ibanez Menta, lui lo abbiamo già conosciuto.

Questa volte conosceremo...Paul Naschy...


Un uomo, un attore-


Naschy, al secolo Jacinto Molina Alvarez, nasce in  Spagna nel 1934. 

Vissuta la giovinezza  nel periodo della guerra civile spagnola, il giovane Naschy frequenta l'università per diventare un architetto, ma dopo il diploma, cambia presto strada, seguendo la strada di attore, il suo personaggio preferito è l'Uomo Lupo interpretato da Chaney Jr, ed il suo film preferito è Frankenstein meets the Wolfman(in italiano Frankenstein contro l'Uomo Lupo) del 1943.

Nonstante voglia entrare nel mondo del cinema, inizialmente però  prova a sfondare nel mondo della scrittura, scrivendo testi western e pulp, successivamente  segue  la carriera di fumettista, disegnando storie a tema horror e western ma in tutti e due i casi senza avere il successo sperato, quindi decide finalmente di provare la carriera nel mondo del  cinema, diventando un attore, cosa che ha sempre voluto fare.

Tuttavia, all'epoca essendo un giovane attore emegernte(siamo intorno agli anni 60 e il giovane Naschy ha sui ventanni) non ha modo di garantirsi ruoli importanti, trovando comunque però piccole particine, spesso non accreditate. 

Le cose cambiano però quando il giovane attore ha modo di conoscere il celebre Boris Karloff(famoso per il ruolo della Creatura di Frankenstein), tuttavia in quell'occasione  l'attore Karloff era  in un pessimo umore (probabilmente anche malato  e depresso) un esperianza che comunque il giovane Naschy non dimenticherà mai e che poi verrà anche omaggiata nel film-biografia "The Man who saw Frankenstein Cry".

Nel 1968, il futuro attore scrive la sceneggiatura di quello che poi sarà il suo primo successo, "La Marca del Hombre Lobo"(Il Marchio dell'Uomo Lupo), primo film della serie in cui reciterà nei panni del conte affetto da lincantropia Waldemar  Daninsky, le cose sarebbero però potuto andare in modo mooolto diverso...

Infatti, inizialmente Naschy non avrebbe dovuto recitare nel film, si rese disponibile solo quando non fu trovato un attore adatto, si ricorda che venne pure avvicinato il famoso Lon Chaney Jr per la parte di Daninsky, ma l'attore ormai ai suoi 62 anni, era troppo debole  e malato  per viaggiare in Spagna(infatti da li a poco sarebbe mancato, nel 1973).

Da questa prima esperienza cinematografica deriva anche il nome con il  quale è ricordato, infatti i distributori tedeschi, insistettero che il suo nome Jacinto Alvarez suonava troppo "spagnolo" per il mercato occidentale e quindi suggerirono di scegliersi uno pseudonimo, così nasce il nome Paul Naschy.

Naschy divenne famoso sopratutto per il ruolo di Waldemar Daninsky, il licantropo, che interpreterà per altre ben 10 occasioni, in film tutti scritti da lui stesso.

L'attore morì nel 2009, dopo una lunghissima carriera come stella dell'horror spagnolo.



-IL MISTERO DE
LAS NOCHES DEL HOMRE LOBO(1968)

Naschy come Waldermar Daninsky


Fra i tanti film dedicati all'uomo lupo scritti e diretti da Naschy, ve ne si trova uno misterioso e senza effettiva autentiticità, il film in questione è appunto Las Noches del Hombre Lobo(in italiano lett. Le notti dell'Uomo Lupo) un film che si pone come uno dei primi in cui il giovane attore avrebbe lavorato, se effettivamente fosse esistito, il fatto è che l'unico che ha sempre sostenuto la sua reale esistestanza fu Paul Naschy stesso, per tutta la vita egli sostenne di aver veramente recitato(e scritto) in un film con questo titolo.

Il mistero si infittisce ancora di più quando si cerca il regista che avrebbe diretto questo film, tale Rene Govar, senza trovare risultati, di fatto, l'unico film diretto da questo fantomatico regista è appunto Las Noches del Hombre Lobo, infatti un regista con tale nome, non avrebbe mai lavorato nell'industria cinematografica francese. 

A detta di Paul, tuttavia,  Govar sarebbe stato effettivamente un reale regista , sfortunatamente  morto in un incidente stradale a Parigi,  dopo una  settimana dalla fine delle riprese, mentre aspettava i negativi del film, consegnati al laboratorio per essere processati, siccome nessuno ha mai pagato per i negativi originali, il laboratorio li tenne come pegno  ed eventualmente   li distrusse e/o reciclò.

La situazione, non cambia di molto nemmeno quando si cercano gli altri attori protagonisti, secondo le parole di Naschy tali Peter Beaumont e Monique Brainville, questi due attori apparentemente non sono mai esistiti e oltretutto Paul  non ha mai saputo ricordare i nomi di tutti gli altri membri del cast e la crew dietro al film.

Secondo molti, questo film non è mai esistito realmente, ma fu tutta una "montatura" realizzata dallo stesso   giovane Jacinto, che all'inizio della sua carriera era  desideroso di "gonfiarsi" il curriculum, in modo da avere maggiori possibilità di trovare parti importanti. 

La trama di questo "Le Notti dell'Uomo Lupo" è molto simile ad un altro film della serie, "La Furia del Hombre Lobo", quindi come soluzione alternativa si è detto che il film "perduto" possa essere in realtà un nome alternativo per il film "La Furia del Hombre Lobo", senza però risolvere il mistero effettivamente.


lunedì 22 novembre 2021

[Flopiziesco #18] La Siringa (L'Arbalète) - 1984

 

Anno: 1984
Regista: Sergio Gobbi
Paese di produzione: Francia

CAST
Daniel Auteuil: ispettore Vincent
Marisa Berenson: la "siringa"
Marcel Bozzuffi: Falco
Daniel Ubaud: il capo dei "vietnamiti"
Michel Beaune: Rigault
Guy Di Rigo: Silva
Alex Descas: il capo dei "neri"
Joseph Momo: rivenditore
Didier Sauvegrain: il capo dei "giustizieri"

ATTENZIONE: SPOILER (anche se è un flop...)!

Piatto quanto la provincia di Ravenna. Imbarazzante come l'ananas sulla pizza. Probabile che lo stesso Marcel Bozzuffi (noto  si sia sentito imbarazzato sul set, dato il suo ruolo di poliziotto violento e razzista nonché veterano della guerra in Algeria... e il tentativo fallito sul nascere di Daniel Auteuil di apparire come un "rubacuori" in jeans ed amante del pericolo, ma poco credibile. Per chi non conoscesse Sergio Gobbi, è anch'esso un veterano del cinema di genere oltralpe... e anche dello stivale (Così Bello, Così Corrotto, Così Conteso del 1973 è la sua opera più nota in Italia). 


La droga sta diventando popolare nel nord di Parigi: costringe diverse bande a fare irruzione in diverse drogherie e a scontrarsi con altre. Per impedire tutto ciò, da Marsiglia arriva un ex-gangster con tanto di distintivo, Vincent... ma dall'altra sponda vi è un poliziotto della vecchia scuola che utilizza metodi violenti per combattere la criminalità parigina, Falco. Assieme al prezioso aiuto della "Siringa", ossia tramite una ex-membra della banda ormai sciolta di Vincent, cercheranno di ristabilire l'ordine in quella zona di Parigi...


Se cercate la tensione ed i brividi, andate altrove. L'azione è inesistente, così come la trama. Il messaggio di fondo (istantanea della società di strada in quell'epoca) è ottimo, ma è stato eseguito in un modo talmente insipido che si fatica a prenderlo sul serio: dialoghi scritti da qualcuno che forse avrà visto il suo primo poliziesco americano e li arricchisce con insulti e termini volgari, bande in lotta che nemmeno si sfiorano con abiti datati di fine anni '70 e un ruolo incongruente con la "siringa" di poco prima. Nella parte tecnica, finalmente ci sono buone notizie. Colori inseriti bene, con alcune scene illuminate a dovere. Anche dalla parte musicale vi sono ottime notizie: pezzo suonato da un pianoforte, al di sopra della media del genere.


Se avete intenzione di visionare il film, munitevi di antidepressivi, mi ringrazierete dopo...
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

domenica 21 novembre 2021

Giustizia Finale (Final Justice) - 1988

 
Anno: 1988
Regista: Parkman Wong
Casa di produzione: Magnum Films Limited
Paese di produzione: Hong Kong, Cina

CAST
Danny Lee: sergente Cheung Ti-Chu
Stephen Chow: Ah Wai
Ka-Kui Ho: Chicken
Kwong Leung-Wong: Bull
Ricky Wong: ispettore-capo Lo Tai-wei
Shing Fui-On: Judge
Victor Hon: Smut
Ken Lo: Kong
Jun-Chiu Chiu: Chiu

ATTENZIONE: SPOILER!

Stephen Chow è il biglietto da visita del film. Per quale motivo? Il suo debutto come attore secondario, che di lì a poco sarebbe diventato il principe della risata nel cinema del porto profumato... ma la pellicola in generale merita soltanto un'occhiata, nulla di più. Difatti lo stesso Chow vinse un "Cavallo Dorato" a Taiwan per la sua recitazione.



Il sergente Cheung è noto nel Distretto di Wanchai per le sue operazioni di polizia eccezionali, ma il suo carattere non ha fatto altro che attirare diverse lamentele nei suoi confronti... soprattutto dall'ispettore-capo Lo, ritenendo insoddisfatto il suo servizio nella polizia. Un giorno, esce di prigione Judge, e guida i suoi soci a un piano criminale. Nel frattempo, il ladro d'auto "Boy" considera Judge come un idolo e lo serve volentieri, ma nel corso di un furto d'auto viene arrestato da Cheung. Useranno quell'auto per rapinare un casinò clandestino, uccidendo diversi clienti: "Boy" è il primo sospettato dalla polizia, venendo accusato di rapina e di omicidio... ma Cheung la pensa diversamente dal verdetto della polizia, e andrà alla ricerca di nuove prove per ribaltare le false accuse nei suoi confronti.


Per un attimo mi è sembrato di aver visto l'antenato di uno dei quattro capolavori di John Woo, "The Killer", dato che ha il suo cast in tale film (escluso Chow Yun-Fat, Paul Chu-Kong e Sally Yeh)... ma non aspettatevi un granché. Sfumatura comica ottima come sempre dall'eterno poliziotto Danny: personaggi simpatici, ma non troppo. L'azione nella pellicola non arriva ai livelli dei suoi precedenti capolavori come il già citato Law With Two Phases del 1984, ma basta per scatenare abbastanza tensione nell'aria. Basta anche per ammazzare la noia... anche per chi vorrebbe conoscere il "police drama" in salsa hongkongese.


Nonostante l'intrattenimento appena al di sopra della media, nelle sale riuscì a riscuotere una cifra non male di 8,916,612 dollari (1.015.469 euro).

Consiglio la visione solamente a chi è un grande appassionato di Stephen Chow e di Danny Lee, poiché del resto c'è veramente poco altro di cui parlare...
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

sabato 20 novembre 2021

[Giallorrido #2] Terza Ipotesi su un Caso di Perfetta Strategia Criminale - 1972

 

Anno: 1972
Regista: Giuseppe Vari
Casa di produzione: Castor Film, Ital-Victoria Film
Paese di produzione: Italia

CAST
Lou Castel: Carlo Ossani
Beba Loncar: Olga
Adolfo Celi: commissario Ghezzi
Massimo Serato: Mario Ceccarelli
Umberto D'Orsi: avvocato Romanò
Renato Baldini: maresciallo Notarantonio
Antonio La Raina: ingegnere Mauri
Consalvo Dell'Arti: vicequestore Portella
Carlo Landa: Roversi
Renato Malavasi: Vincenzino Rocca
Fortunato Arena: don Salvatore Aniello
Domenico Maggio: Caruti
Carla Mancini: dipendente del night-club

ATTENZIONE: SPOILER (anche se è orribile)!

Polpettone senza capo né coda che pretende di fare il verso al capolavoro dei gialli politici italiani, Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto (1969), per cui vi consiglio di portarvelo a casa vostra se siete dei VERI appassionati del genere... ma per il resto statevene alla larga! Il sig. Vari è abbastanza conosciuto negli spaghetti-western, soprattutto per Prega il Morto e Ammazza il Vivo (1971), perla sconosciuta che ha ispirato Tarantino con il suo The Hateful Eight del 2015, in quanto la narrativa combaciava quasi perfettamente. Esponente poco noto del genere melodrammatico, sin dal suo debutto alla regia nel 1953 con Infame Accusa.


Il giovane ed avventato fotografo Carlo e la sua modella Olga assistono inconsapevolmente a un omicidio di un Procuratore della Repubblica. Invece di denunciare il tutto alla polizia, Carlo usa le foto dell'omicidio per ricattare Ceccarelli, un pornografo legato a doppio filo con la malavita romana. Sia la stampa che la mafia vogliono avere quelle foto incriminanti, ergo spunta dall'ombra un killer professionista che toglie di mezzo gli assassini raffigurati nelle foto di Carlo, e chi è collegato a tali negativi...


Nessun decollo per la pellicola, a causa del budget molto economico per realizzarla. E tutto questo si risente anche nei personaggi, tra cui Lou Castel che non sfonda per niente nel suo ruolo da protagonista... ma viene tenuto a galla dal sempre affidabile Adolfo Celi. Credo che non abbia avuto nemmeno i soldi per assumere un buono sceneggiatore. Ma giusto per assicurarsi una proiezione in una sala, giù di nudità gratuite e di morti. Le sorprese, tipiche dei gialli politici, sono quasi del tutto assenti, tranne per il finale. 


Se capita un passaggio televisivo di tale film, munitevi di olio di ricino... e buona suspense.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

venerdì 19 novembre 2021

[Flopiziesco #17] Sangue di Sbirro - 1976

 

Anno: 1977
Regista: Alfonso Brescia
Casa di produzione: Hilda Film
Paese di produzione: Italia

CAST
Jack Palance: Duke
George Eastman: Daniel
Jenny Tamburi: Susan
Ugo Bologna: Mallory
Robert Giraudo: commissario Jeffrey
Jut Grams: Sharp 
Nicole Barthelemy: Belle
Renato Montalbano: Looney Toledo
Aldo Cecconi: agente Owen
Nick Jordan: poliziotto all'aeroporto
Nello Pazzafini: il fidanzato di Belle

ATTENZIONE: SPOILER (anche se è un flop...)!

L'unico sangue che noto è negli occhi di chi ha visionato tale scopiazzatura, dato il budget molto ristretto del regista (le sequenze dell'aeroporto di Philadelphia sono state girate in un hotel [!!!], precisamente al Cavalieri Hilton di Roma) e un continuo ripetersi di clichés del genere (sparatorie, esplosioni, attentati ed inseguimenti). Conoscendo il sig. Brescia, inseriva tutto ciò che uno spettatore voleva vedere nei generi attraversati da lui: dal giallo al poliziesco, dalla commedia alle sceneggiate napoletane... e contribuiva parecchio a stimolare il sonno anche ai più nottambuli. Degna di nota è la colonna sonora di Alessandro Alessandroni, letteralmente un remake del capostipite della blaxploitation, Shaft il Detective, datato 1971. E per farlo bene si portò dietro il meglio del meglio dei jazzisti italiani dell'epoca, da Enzo Restuccia a Silvano Chimenti, da Enrico Pieranunzi a Dino Piana... il tutto registrato in una singola sessione (precisamente il 15 novembre del 1976) all'Ortophonic Studio di Roma.


Il poliziotto Joe Caputo viene tolto di mezzo da Mallory, il boss della mafia di Philadelphia. Suo figlio Daniel, duro quanto lui, si allea con un altro boss (Duke) per vendicare la sua morte.









Eastman è talmente concentrato sulla sua vendetta a Mallory che nemmeno si interessa all'amore di due donne nei suoi confronti, nonostante alcune sequenze di nudità gratuita! La sua sete di vendetta colpisce anche la sceneggiatura, che confonde le idee sugli avvenimenti nella pellicola... trama compresa. Trascinante e lenta, il che lo spettatore ha parecchi buchi di trama in cui addormentarsi... ma dagli occhi di un seguace sfegatato del genere poliziottesco, è un manuale su come NON girare un film di questa categoria. Per dirla breve, la sceneggiatura e la trama sono INESISTENTI, il protagonista vaga senza meta a Philadelphia e lo spettatore non capisce cosa stia avvenendo. E ho anche esaurito tutto ciò che avevo da dire sul film, che nonostante sia ben poco, è anche accurato...


Dato il pasticcio sul grande schermo, il pubblico capì la fregatura e la pellicola incassò solamente 253,359,230 Lire (130.849.060 euro)...

Morale? Se trovate una videocassetta con all'interno un simile scempio, usatela come bersaglio a un poligono di tiro. Ma la colonna sonora merita un breve ascolto su Spotify...
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

mercoledì 17 novembre 2021

Guerrieri della Strada (Road Warriors) - 1987

 

Anno: 1987
Regista: Danny Lee
Casa di produzione: Magnum Films
Paese di produzione: Hong Kong, Cina

CAST
Danny Lee: ispettore Li Chih Chieh
Jamie Luk: ispettore Lu
Ken Lo: ispettore Rocky Lo
Billy Ching: Billy Wong
Shing Fui-On: Commando
Jessica Chow: la fidanzata di Wong
Gwong Wai-Saan: la fidanzata di Commando
Tommy Wong: Kuang
Chiu Jun-Chiu: matricola n°49
Liu Wai-Hung: Liao Ah-Tsan
Sally Kwok Ling: sig.ra Ho
Lam Yuk-Yim: sergente della polizia stradale
Parkman Wong: Wen
Tony Morias: Tony Morris
Louis Cheung: Bobbie Ho Tsu-Chung

ATTENZIONE: SPOILER!

Rielaborazione hongkongese del celeberrimo telefilm americano di "CHiPs", ma più intrisa di realismo e dal tono documentaristico su una branca della polizia quasi del tutto ignorata dalla celluloide del "porto profumato": la polizia stradale. Per chi non conoscesse il sig. Danny Lee, fu colui che fece coppia con la futura star Chow Yun-Fat nella pellicola semi-sconosciuta di "Heroic Cops" (Poliziotti Eroici, 1981), e ritornerà assieme a lui nel 1989 con il noir di "The Killer"; influenzò molto John Woo con un suo film scritto e diretto nel 1984, "Law With Two Phases" (Le Due Fasi della Legge) proprio grazie al suo tono documentaristico e grintoso; costituiva una risposta secca ai polizieschi simili a cartoni animati dell'epoca, e non a caso da lì in poi ricevette numerosi riconoscimenti da parte delle forze di polizia dell'Asia per le scene realistiche sulle loro procedure e sul donare soldi alle famiglie di ufficiali di polizia defunti.


La polizia stradale di Hong Kong è a caccia di un'automobilista spericolato, ricco e viziato, che ha causato un incidente fatale con uno scuolabus. Si susseguiranno anche momenti di vita quotidiana di tale dipartimento: tra contravvenzioni, posti di blocco e inseguimenti in moto. 








Dramma serio con personaggi ben scritturati (spicca sopra tutti Shing Fui-On per il ruolo da antagonista), intriso di melodramma e con diversi inseguimenti/incidenti in auto che contribuiranno perfettamente a non distrarre lo spettatore dallo schermo. Tralasciando tali caratteristiche, nel complesso la pellicola non ha nulla di nuovo e diverso nel panorama cinematografico di Danny. In alcune volte il sentimento "pro-polizia" del regista prende il sopravvento, tra cui una scena in cui un poliziotto ha bisogno di una trasfusione di sangue... ed ogni singolo poliziotto di Hong Kong si reca all'ospedale per permettergli ciò! All'apparenza sembra piatto, ma se ti piacciono i drammi polizieschi alla Danny Lee, considerati a nozze con tale pellicola.


Danny Lee, come al solito, ha azzeccato i gusti del pubblico dell'epoca: campione di incassi con ben 10,624,679 dollari (1.205.646 euro)!

E ricordatevi che il sig. Lee voleva indicare che i guerrieri non combattono solamente all'interno delle loro caserme, ma anche di giorno e di notte nelle strade affollate di Hong Kong...
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

martedì 16 novembre 2021

Cacciatore di Tassisti (Taxi Hunter) - 1993

Anno: 1993
Regista: Herman Yau
Casa di produzione: Galaxy Films LTD
Paese di produzione: Hong Kong, Cina

CAST
Anthony Wong: Ah Kin
Yu Rong-Guang: sergente Yu Kai-Chung
Ng Man-Tat: Mak Si-Gao
Athena Chu Yun: Mak Suet-Yan
Perrie Lai: moglie incinta di Kin
Chan Fai-Hung: il capo di Kin
Lung Tin-Sang: Keung
Lam King-Kong: Ming
Ray Mak Kai-Chung: Fatty
James Ha Chim-Si: tassista picchiato da Chung
Wu Fung: ispettore T.M. Chan
Chan Kai-Tong: Blacky
Hau Woon-Ling: anziana signora, testimone di un omicidio
Leung Kei-Hei: tassista

ATTENZIONE: SPOILER!

Remake hongkongese di un classico hollywoodiano uscito appena 10 mesi prima dalla creazione di tale pellicola (distribuita nel porto profumato a ottobre 1993), "Un Giorno di Ordinaria Follia", nonché molto più psicologicamente accurato di quello statunitense. Ed è anche basato su una storia vera, in quanto molti hongkongesi all'epoca protestarono per le molestie e per i prezzi troppo alti delle corse... tant'è che per il suo messaggio satirico/sociale ha rischiato la classifica a "film per adulti" (contrassegnato come "III" a Hong Kong), ma fortunatamente la evitò per l'assenza di scene particolarmente violente.


Ah Kin è un tranquillo assicuratore che vive insieme alla sua giovane moglie incinta. Una notte, sua moglie viene brutalmente molestata da un tassista che provoca la sua morte e del suo bambino non ancora nato... da quella notte, Kin da' la caccia ai cattivi tassisti della città, attirando su di sé anche la polizia. Scoprirà che ci sono molti tassisti malvagi, pericolosi ed egoisti che si preoccupano solamente per sé stessi.


La pellicola può essere vista come una sorta di "avvertimento" per chi è abituato a viaggiare tramite taxi, dato che i fatti accaduti nel film possono realmente succedere... ed è seriamente basato su fatti reali avvenuti al di fuori dalla celluloide. Dimostrazione su grande schermo di come all'interno di una comunità possano nascondersi dei malvagi, rigorosamente ambientato di notte per rendere ancor di più l'idea, dato che anche le strade sono state filmate "alla Melville" (colori desaturati e freddi). Per assicurarvi di non staccare mai gli occhi dallo schermo, il regista ha inserito un'intensa sparatoria all'inizio della pellicola, incluso uno spettacolare inseguimento nell'ultima metà. Wong interpreta un criminale molto simile al "Foster" hollywoodiano, comprensivo ed umano: lascia vivere alcuni tassisti perché li ritiene "bravi" e non meritano di morire, ma determinato nel suo ripulisti nei confronti di questi tassisti cattivi; non rendendosi conto di come sia sbagliato ed illegale.

Nonostante l'uscita del film in una Hong Kong prossima all'abbandono dei "police dramas", la pellicola ha incassato una cifra non male di ben 4.975.745 dollari (562.111.810 euro).

Uno sguardo è più che meritato su un thriller così realistico e dimenticato dalla sua terra natia.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

lunedì 15 novembre 2021

Il Testimone (Le Témoin) - 1978

 

Anno: 1978
Regista: Jean-Pierre Mocky
Paese di produzione: Italia, Francia

CAST
Alberto Sordi: Antonio Berti
Philippe Noiret: Robert Maurisson
Roland Dubillard: commissario Guerin
Jacques Stany: agente
Sandra Dobrigna: Cathy Massys
Sophie Lautman: Nathalie
Consuelo Ferrara: ragazza drogata
Gisèle Préville: Louise Maurisson
Paul Crauchet: Massis, il padre di Cathy
Henri Attal: guardacaccia
Loris Zanchi: il cognato di Maurisson
Paul Muller: uno dei cognati di Maurisson

ATTENZIONE: SPOILER!

Progetto travagliato dal copione alla messa in scena. Mocky scelse il sig. Jean Gabin come protagonista del film, nel ruolo di un insegnante di pianoforte accusato di omicidio su una ragazzina, ma purtroppo passò a miglior vita ancor prima che la pellicola prendesse forma... ergo Philippe Noiret (colui che volle come partner nel film il sig. Gabin) suggerì al regista Alberto Sordi per occupare tale ruolo, ed alla fine andò in porto. Cambiarono la professione in restauratore d'arte, ma si mise in mezzo un altro ostacolo... la pena di morte in Italia non esisteva: furono creati due finali, nella versione francese il personaggio di Sordi viene ghigliottinato, ma nella versione italiana si allude soltanto a ciò con l'utilizzo di un flashback.


Il pittore Berti viene invitato a Reims da un suo vecchio amico, Robert Maurisson, che è riuscito ad assicurarsi una posizione di prestigio grazie al matrimonio con una donna proveniente da una delle famiglie più benestanti della città. Berti procede al restauro di alcuni dipinti all'interno della cattedrale di Reims, e si fa' aiutare da una bambina chiamata Cathy, che posa come modella di un angelo. Una sera Berti passa accanto a una villa abbandonata, credendo di aver visto Robert... ma viene accusato di aver tolto la vita a tale bambina. Si scopre che l'assassino è Robert, e consiglia a Berti di fuggire in Italia tramite treno, dopodiché lo avrebbe raggiunto con la sua auto. Viene tolto di mezzo dal padre della defunta Cathy, e Berti viene arrestato sul treno. Condannato alla ghigliottina, 4 anni dietro alle sbarre in attesa della pena... e la verità non verrà mai a galla, a causa del silenzio "borghese" di Reims.


Sceneggiatura scritta come Cristo comanda, priva di banalità e fuori dai clichés del noir francese. Ci vuole del tempo per immedesimarsi nella pellicola, ma dopo una trentina di minuti diventa interessante per gli avvenimenti, e sarà impossibile staccare gli occhi dallo schermo. Il direttore della fotografia (Sergio D'Offizi) regala alla pellicola una sfumatura comica attraverso eleganza e crudezza, il tutto accompagnato dal ritmo sempre eccellente di Piero Piccioni. Gli elementi del noir si sentono tutti: dalle inquadrature laterali che culminano nel disagio, colori desaturati, ambientazioni notturne alla Henri Decae, anche se la fotografia era di mano italiana. Philippe calza a pennello nel suo ruolo di borghese che lavora nell'ombra, non condannabile da nessun organo legislativo... anche postumo. E' anche inutile dire che il personaggio di Berti è ispirato a un altro capolavoro più noto, ma di mano italiana, denominato "Detenuto in Attesa di Giudizio" (1971)... ulteriore dimostrazione che Sordi si adattava come un guanto anche a ruoli drammatici, esattamente come in questo film.



Uno sguardo è più che meritato su tale pellicola, in quanto si tratta di uno dei tanti noir che raccolgono l'eredità di Jean-Pierre Melville... e perché Sordi è in uno dei suoi rari ruoli drammatici.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

domenica 14 novembre 2021

[Giallorrido #1] L'Uomo dagli Occhi di Ghiaccio - 1971

 

Anno: 1971
Regista: Alberto De Martino
Casa di produzione: Cinegai
Paese di produzione: Italia, Regno Unito

CAST
Antonio Sabàto: Eddie Mills
Barbara Bouchet: Ann Saxe
Victor Buono: John Hammond
Keenan Wynn: Harry Davis, l'editore
Faith Domergue: la sig.ra Valdez
Corrado Gaipa: Isaac Thetman

ATTENZIONE: SPOILER (anche se è orribile)!

Mai sentito parlare di un'altalena al confine di due generi (poliziottesco/giallo all'italiana), ma retta da due lastre di ghiaccio troppo leggere per la credibilità sedutasi sopra? Questo è il caso dell'uomo dagli occhi di ghiaccio, sciolto e sepolto a causa del tempo. E non mi stupisce che sia difficile da trovare, in quanto è una delle opere meno riuscite di Alberto, e lo afferma un suo seguace sfegatato... che ha portato qui sul blog una delle sue opere più note come Una Magnum Special per Tony Saitta (1976). All'inizio degli anni '70 andavano molto di moda i gialli, sia per la spinta definitiva data da Mario Bava che per motivi di lucro. Ed alcuni registi provavano a cimentarsi nel genere, riuscendoci o fallendo miseramente.


Ad Albuquerque, in New Mexico, un ex-senatore viene ucciso sotto casa sua. La polizia arresta subito un uomo strano, descritto "dagli occhi di ghiaccio" per il crimine commesso. Ma un giornalista italiano trova una spogliarellista che afferma di essere stata una testimone oculare dell'assassinio, ed ha visto in azione proprio quell'uomo dagli occhi di ghiaccio: al processo la spogliarellista testimonia contro di lui, e viene condannato a morte. Presto il giornalista scoprirà alcune mancanze nella sua storia, e capirà che hanno condannato l'uomo sbagliato...




Se già la trama principale non è un granché, perché aggiungerne una seconda totalmente dedicata al sovrannaturale, se poi non porterà a nulla? No, perché il giornalista è costantemente perseguitato da una sensitiva che afferma che l'uomo morirà a mezzanotte... e nell'ora prima di mezzanotte accade lo sfacelo: incidenti, omicidi, inganni e continui giri in città. Il tutto dopo una lentezza ed una noia difficilmente riscontrabili altrove. Qui abbiamo un misterioso assassino in giro, e potrebbe spaventare un'intera città... ma ciò non avviene. Sangue al minimo sindacale, di tensione nemmeno l'ombra e anche l'intrattenimento tanto pubblicizzato nella vignetta di poco prima è ai minimi storici. Almeno la presenza di Barbara Bouchet e di un attore sottovalutato al suo tempo come Victor Buono, mi hanno fatto digerire al meglio possibile l'insipida pellicola... 


Consigliato solamente ai collezionisti più accaniti, dato che non sempre ciò che è raro è imperdibile...
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

sabato 13 novembre 2021

Il Fazzoletto Giallo della Felicità (Shiawase no Kiiroi Hankachi) - 1977

 

Anno: 1977
Regista: Yoji Yamada
Casa di produzione: Shochiku
Paese di produzione: Giappone

CAST
Ken Takakura: Yusaku Shima
Chieko Baisho: Mitsue Shima
Tetsuya Takeda: Kinya Hanada
Kaori Momoi: Akemi Ogawa
Kiyoshi Atsumi: Watanabe Kacho

ATTENZIONE: SPOILER!

Una Mazda e l'isola di Hokkaido diventano protagoniste di un film... tappa obbligatoria per chi vorrebbe conoscere il veterano Ken Takakura, che appena un anno prima divenne molto popolare nella Cina post-maoista del 1978... dato che uno dei primi films stranieri distribuiti era "Devi Attraversare il Fiume dell'Ira" del 1976. Cast al minimo sindacale, ma necessario per comprendere la loro solitudine e il perché viaggino per Hokkaido.


Kinya Hanada, innamoratosi di un'altra donna, si licenzia dalla fabbrica in cui lavora ed acquista una Mazda Familia, per poi imbarcarsi a Hokkaido. Nel frattempo, Yusaku Shima, un minatore che è stato appena rilasciato dal carcere di Abashiri, ne approfitta per godersi il suo primo pranzo decente in un ristorante della zona. Kinya giunge in tale città e porta in auto con sé la sig.rina Akemi Ogawa, andata a Tokyo a causa delle difficoltà lavorative con i suoi colleghi di Hokkaido. Tutti e tre decidono di intraprendere un lungo viaggio nell'omonima isola, in cui loro troveranno la felicità. Specialmente, Yusaku riuscirà a ricongiungersi con la sua ex-moglie, dato che in carcere è stato costretto al divorzio nei suoi confronti.


Ispirato alla canzone americana di "Tie a Yellow Ribbon Round the Ole Oak Tree" del 1971, al posto dei nastri il regista ha inserito dei fazzoletti... e al posto di una quercia, un palo che li sorregge. Il film è un biglietto da visita per gli amanti delle metafore e di ogni simbolismo. Viaggio di cui non se ne conosce la destinazione, come la vita; potrebbero esserci degli ostacoli che ne potranno bloccare il proseguimento, assieme ad alti e bassi... ma per fortuna, anche gli amici e le persone a noi care potranno darci una mano nel continuare in questo percorso. Il fazzoletto giallo simboleggia una giornata di sole, ossia il giorno che tutti noi desideriamo di vedere quando ci alziamo la mattina. Recitazione mai scesa verso il negativo, mai stancante e priva di banalità. Istantanea sulla speranza, sull'amicizia e il perdono, su dei valori mai passati di moda allora e nemmeno adesso.


Si segnala che la pellicola fu vincitrice del primo premio per il "Miglior Film" dalla Japan Academy Prize, data l'ambientazione su una location poco sfruttata dai registi del tempo.

Se vi capita il DVD o il Blu-Ray della pellicola, acquistatelo e inseritelo nei vostri preferiti, poiché fa' riflettere sull'andamento della vita.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

venerdì 12 novembre 2021

Viaggio a Citera (Ταξίδι στα Κύθηρα) - 1984

 

Anno: 1984
Regista: Theo Angelopoulos
Casa di produzione: ZDF, Channel 4, RAI, ERT
Paese di produzione: Grecia

CAST
Manos Katrakis: Spiros
Mary Chronopoulou: Voula, figlia di Spiros
Dionisis Papaghiannopoulos: Andonis
Dora Volanaki: Caterina, moglie di Spiros
Giulio Brogi: Alessandro, figlio di Spiros
Ghiorgos Nezos: Panaghiotis, amico di Spiros
Athinodoros Prousalis: capo della polizia
Michalis Ghiannatos: autorità costiera
Vassilis Tsaglos: presidente dell'associazione portuale
Despina Ghieroulanou: moglie di Alexandros

ATTENZIONE: SPOILER!

Dopo aver visionato tale chicca del semi-sconosciuto cinema greco, mi sono detto: rivedremo mai perle del genere? Domanda a cui difficilmente troveremo risposta, nel panorama odierno... gli ingredienti della pellicola (bellezza nella semplicità) aspettano soltanto di essere dissotterrati nel presente attuale. Il messaggio del titolo è ben chiaro ai più giovini appassionati di cultura greca: l'isola di Citera nel Peloponneso rappresenta il luogo dove trovare la felicità, nella mitologia omonima.


Alessandro è alla ricerca di un attore anziano per il ruolo di protagonista nel film che vorrebbe dirigere, e lo trova in un bar: si tratta di un venditore ambulante. Nel mentre, dall'Ucraina ritorna in patria il sig. Spiros, atteso dai suoi due figli. Ritorna nella sua casa di campagna nel nord della Macedonia, dove incontrerà il forte dissenso di altri contadini che hanno venduto le loro terre incolte a una compagnia di costruzioni edili. La sua casa viene incendiata da loro, e assieme a sua moglie fuggono in una stazione ferroviaria dove incontreranno la polizia: si scopre che Spiros non ha la cittadinanza greca, e il governo decide di espellerlo dal paese. La polizia prova a imbarcarlo su una nave inglese diretta in URSS, ma il capitano rifiuta. Decidono di abbandonarlo in acque extraterritoriali, e sua moglie lo raggiunge nel suo viaggio...


Per dirla breve, pellicola intrisa di ironia, poesia, assurdità, obsolescenza, vecchiaia e commovente su ferite non ancora cicatrizzate.
Per dirla lunga, è un opera d'arte visiva che non stanca mai. Nonostante ci sia parecchia complessità negli avvenimenti, è intervallato talmente bene che non bisogna neanche prestare attenzione alla trama. Sebbene in alcuni tratti la bellezza è inquietante, il senso di serenità è imperante fino all'ultimo fotogramma. Lascia addosso un'esperienza così personale e nostalgica che ti faceva sembrare di essere lì insieme alle vicende dei protagonisti, soprattutto sul tema delle persone che sono state messe da parte a causa della storia che avanzava... lunghe sequenze di alienazione e solitudine da mettere invidia anche al maggior esponente della "nouvelle vague" di Taiwan (Hou Hsiao-Hsien) per i suoi particolari poetici sulla vita quotidiana e sullo scorrere del tempo sulla pelle dei personaggi.


Per me, la pellicola è stata la motivazione per scavare a fondo anche nel cinema greco... dopo aver fatto tappa dalla Francia a Hong Kong, e dal Giappone alla Spagna, è giunto il momento di esplorare anche la civiltà che ha fondato la democrazia.
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!

giovedì 11 novembre 2021

Bollettino Cinematografico #3: Dal Noir Profondo dell'Asia alle Denunce Politiche e Sociali Europee

Carissimi seguaci del format, bentornati al nostro appuntamento dedicato al cinema oriental-occidentale assieme a tutte le sue sfumature... sia positive che da brividi.

Il Grande Caldo, regia di Andrew Kam e di Johnnie To, 1988.
L'ispettore Waipong Wong deve sospendere la sua vita normale e dare le dimissioni dalla polizia di Hong Kong per indagare sull'assassinio di un suo ex-collega. Ciò che lui scoprirà, insieme alla sua squadra di tre poliziotti, sarà qualcosa di molto più sinistro di quanto loro si aspettavano...
Pellicola che non spreca neanche un minuto di celluloide per impressionare, da un confronto sanguinolento (al buio) in una tromba dell'ascensore e ad uno scontro finale al culmine della tensione; con tanto di intrecci amorosi sapientemente intervallati nel film, per evitare che si disperda la credibilità della pellicola. Sebbene non abbia l'eccezionale spettacolarità dei films di John Woo, le scene citate poco prima farebbero girare la testa anche agli appassionati degli horror. Spiazzante, ancor più credibile dei polizieschi made in Woo grazie alla presenza di Johnnie To, che qui getterà le basi per i suoi neonoir iperrealistici alla Melville; cast mai sceso verso il negativo, girato energicamente e con stile. Se sei un appassionato del genere poliziesco, questo film inseriscilo nei tuoi preferiti, poiché anche senza le scene violente, diventa una calamita per gli occhi. Da appassionato dell'italico poliziottesco, non avevo mai visto niente del genere.

Amore da Sprecare, regia di Stanley Kwan, 1986
Cinque ragazzi trascorrono le loro vite movimentate, fino a quando uno di loro non viene brutalmente assassinato in un furto con scasso.
Chow Yun-Fat è una garanzia di successo in qualsiasi pellicola a basso costo... e lo dimostra nuovamente anche qui, nei panni di un ispettore simile al Colombo oltreoceano. Il cast del film quasi del tutto sconosciuto ai tempi (a parte Tony Leung e la cantante taiwanese Tsai Chin), i continui spostamenti nella metropoli di Hong Kong, il viaggio a Taiwan con le ceneri della vittima e il finale in ospedale sono ingredienti che hanno contribuito a rendere di culto il film... tant'è che lo stesso Chow ha dato il meglio di sé senza sapere un granché del ruolo da interpretare! La pellicola, in poche parole, è l'istantanea di una generazione sottovalutata che va' verso i 20 anni: desideri in cui nella maggior parte delle volte non arrivano in porto. Peccato solamente per il titolo, che c'entra ben poco con il contesto della pellicola...

La Luna è il Sogno del Sole, regia di Park Chan-wook, 1992.
Un gangster di Busan viene sorpreso ad avere una relazione con l'amante del capo dell'organizzazione. I due vogliono scappare con i soldi dell'organizzazione, ma un fato inevitabile li attenderà...
Debutto alla regia rinnegato dallo stesso Park, che all'epoca aveva 29 anni... proiettato in una singola sala in Corea del Sud, disastro totale al botteghino, ebbe molteplici problemi con la distribuzione e rimase invisibile per decenni. Ai tempi fu stroncato dalla critica per la sceneggiatura a basso costo e per l'interpretazione degli attori, cupa e non molto convincente... ma contiene le basi per la sua futura cinematografia: ironia, violenza e vendetta. Come in una minestra insipida, alcuni ingredienti te la lasciano gustare. E questi ingredienti sono la colonna sonora del film, composta da un jazz armonico che rende più guardabile la pellicola. Fotografia compresa. E se anche voi volete debuttare, prendete questo film come manuale su cosa fare e NON fare sul girarlo.

Lo Sparviero, regia di Philippe Labro, 1976.
"Lo Sparviero" è una spia indipendente che lavora per i servizi segreti francesi, ed investiga su un individuo denominato "La Iena" che assume ragazzini per rapinare banche, per poi eliminarli.
Ricco di sottotrame e di colpi di scena che non interferiscono con la trama principale, con un'eccellente fotografia e una colonna sonora non male, ha un difetto notabilissimo: come diamine ha fatto Belmondo a identificare il cattivo? Forse non ci è dato saperlo, in quanto Labro ha voluto giocarsi tutte le sue carte su Belmondo, al posto di descrivere il personaggio de "La Iena" (interpretato da un convincente Bruno Cremer). Trovarlo realmente sarebbe stato semplice, dagli indirizzi postali alle intercettazioni telefoniche... invece che sfruttare una forzatura di trama palese sull'unico testimone (Costa Valdez) che possa incriminarlo. Supportato abilmente, gli avvenimenti non si fermano mai e c'è posto anche per dell'umorismo non troppo simpatico.

No, il Caso è Felicemente Risolto, regia di Vittorio Salerno, 1973.
Quando il testimone oculare di un brutale omicidio decide di non testimoniare, il vero assassino lo cita in giudizio come colpevole e si spaccia come "testimone oculare" di tale omicidio.
Tipica storia italiana: un lavoratore innocente paga al posto del vero colpevole, un professore dell'alta società. L'assassino (interpretato da Riccardo Cucciolla) viene visto come un freddo calcolatore capace di ingannare tutti con la sua fasulla innocenza, nel mentre il lavoratore (interpretato da Enzo Cerusico) vuole evitare ogni singolo disagio nella sua vita problematica. Ci troviamo davanti a una delle pietre miliari del filone di denuncia politico/sociale iniziato da Damiano Damiani, e che ricorda proprio uno dei suoi risultati migliori (Io Ho Paura, 1977). Tensione adeguatamente contenuta, narrativa priva di fiato, recitato maestosamente e satira ferocissima contro l'élite gerarchica di quell'epoca: capace di manipolare qualsiasi cosa a suo piacimento grazie alla sua influenza nelle istituzioni politiche e sociali, simile a una piovra.

Anche per questo appuntamento è tutto, tornerò al più presto con altre chicche che meritano una visione più approfondita. Grazie per la visione, e alla prossima!
Ci vediamo in un'altra recensione, cari spettatori del blog!


giovedì 4 novembre 2021

Das Cabinet des dr.Caligari(1920)-Il massimo esponente dell'espressionismo tedesco.

 


ATTENZIONE
Saranno presenti spoiler, normalmente questo non è un problema per film così antichi, ma in questo caso, questo film va visto, almeno una volta 



Dopo aver parlato di Nosferatu, è doveroso anche parlare di questo altro lungometraggio a tinte orrofiche, considerato il massimo esponente del cinema espressionista tedesco, il Gabinetto del dr. Caligari è un film entrato di diritto nella storia della settima arte.


Il film diretto da Robert Weine ed uscito nel 1920 presenta una caratteristica molto comune nell'espressionismo tedesco, ovvero il tema del doppio(basti pensare al già citato Nosferatu, il conte Orlok cadaverico e mortale in contrasto con la bella e solare Helen). 

Il film presenta inoltre una scenografia molto singolare, senza mezzi termini irrealistica oltre l'inverosimile con edifici zigzaganti e impossibili da realizzare nella realtà.

Un  altro tema su cui il film gioca molto è  l'ambiguità che permea tutta  la vicenda., infatti lo spettatore non ha modo di sapere se sia realtà oppure solo una visione/allucinazione.


Una scena del film


La trama segue le vicende di un uomo chiamato Francis, che inizialmente è seduto su di una panchina, allora racconta la sua storia ad un uomo anziano seduto vicino a lui(e allo spettatore), così ha inizio il film vero e proprio:

1830, nel villaggio di Holstenwall, in Germania, giunge un uomo molto losco, vestito in un lungo cappotto, il dr. Caligari, per la fiera del paese, Caligari  è giunto per presentare il suo esperimento più riuscito,  Cesar(o Cesare), un uomo sonnambulo che lo stesso dottore tiene sotto ipnosi e fa dormire in una cassa da morto.

Caligari sostiene che Cesar, una volta sveglio, possa predire il futuro.

Le cosa però a  Holstenwaln si fanno strane quando iniziano ad accadere strani morti(che coincidono con l'arrivo di Caligari), la prima vittima è il segretario della fiera, curiosamente, in precedenza aveva strattato male il misterioso dottore.

Il giorno dopo, un amico del narratore(Francis), chiamato Alan, vuole ricevere un consulto da parte di Cesar, così si reca dal dottor Caligari.

Alan vuole sapere se la  bellissima Jane, una ragazza che si contende pacificatamente con Francis stesso. 

Ma Cesar predice la morte di quest'ultimo entro il giorno dopo, così accade, Alan trova la morte per pugnalamento nel proprio letto.

Nel mentre la polizia inizia ad indagare, subito si sospetta di Cesar, ma il dr. Caligari riesce a provare che il sonnambulo è rimasto sempre con lui, viene quindi messo in galera un bandito, colto nel mentre stava pugnalando  una signora.

Il bandito, in carcere, confessa che stava per uccidere la donna con il medesimo modo dei precedenti omicidi, in modo da far pensare che fosse opera della stessa mano, tuttavia nega di aver ucciso altri, nel mentre, la vicenda si sposta su Jane, che è in cerca del padre, nel cercarlo la giovane incontra proprio il dottor Caligari, quest'ultimo dopo averla spaventata, ordina a Cesar di ucciderla la notte seguente, ma quando l'assassino si reca per compiere la sua missione, rimane stupito dalla bellezza della giovane Jane e così la rapisce, a questo punto egli fugge con la ragazza ma  è braccato da una folla inferocita, così è costretto a lasciarla e dopo essere scappato, muore di sfinimento(non visto però), Jane poi conferma che è proprio Cesar il rapitore.

Così Francis(che era rimasto ad osservare il dr. Caligari dalla  finestra di casa sua) chiama la polizia per indagare, vedendo lo stesso  Cesar li. 

Insieme alla polizia si reca a casa del misterioso dottore. In realtà quello che vedavano non era il vero sicario ma solo un manichino con le fattezze di Cesar, in modo da coprire i movimento di quello vero. Trovatosi con le spalle al muro, Caligari scappa e si rifugia in un maniconimo, di cui egli stesso è il direttore.

Arriva infine il momento della verità, svelata da Francis, grazie ai diari del dottore.

Nel diario viene riportato di come lo stesso dottore avesse scoperto che nel 1703, in Italia, fosse vissuto un medico chiamato appunto Caligari esperto nel sonnambulismo e ipnosi e di come si servisse di un uomo ipnotizzato per i suoi omicidi, contro la volontà di quest'ultima. 

Volendolo emulare e approffittando dell'arrivo al manicomio di Cesar, il direttore del carcere assume l'identità di Caligari(convinto anche di essere quest'ultimo), successivamente, viene anche trovato il cadavere di Cesar.

Il racconto termina con il direttore/Caligari che viene rinchiuso nel suo stesso maniconio, tuttavia una volta che Francis finisce di narrare la sua storia...

Si scopre che forse non è altro che fantasia di quest'ultimo, infatti  quasi tutti i personaggio presentati nel racconto sono pazienti nel  manicomio e il direttore non è altri che  il dottor Caligari stesso, nel vederlo Francis ha un attacco di ira e prova ad aggreddirlo ma viene fermato in tempo e messo in una camicia di forza. 

Il film termina con il direttore che dice di aver trovato un modo per curare il povero Francis, ora che conosce la sua ossessione: il misterioso Caligari.

<<Alla fine so il motivo della sua ossessione. Lui pensa che io sia quel  mistico Caligari, ora so esattamente come curarlo!>>

Il dottor Caligari 


Nel cast troviamo celebri attori della prima metà del 1900: 

W. Krauss: il dottor Caligari/Il direttore del manicomio

C. Veidt: Cesar/Cesare il sonnambulo 

F. Feher: Francis(il narratore)

H. Von Trawdowski: Alan

L. Dagover: Jane 

R. K Rogge: Il criminale arrestato 



CURIOSITA'


Essendo Il Gabinetto del dottor Caligari un film cult è entrato nell'immaginario collettivo e sono molte ad oggi le citazioni e gli omaggi ad esso dedicati.

Uno che mi ha personalmente colpito è il  fumetto della DC Comics, Batman: Nosferatu(pubblicato anche anni fa in Italia)

Nonostante il titolo alludi al classico film del vampiro,  la trama è chiaramente ispirata al Gabinetto del dottor Caligari  e non a caso il fumetto è in stile espressionista tedesca, ne  rappresenta un diretto  omaggio

In questo caso, il ruolo di Caligari è interpretato dal dottor Arkham e quello di Cesar da Joker(chiamato  nella storia l'Uomo che ride).

Copertina di Batman Nosferatu.


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